STANDING ROCK RISING


C’è stato un certo punto, da piccola, molto piccola, mentre guardavo i film in bianco e nero, nonostante John Wayne e molto prima di Dustin Hoffaman, in cui ho cominciato a parteggiare per loro. L’istinto mi diceva che non era andata proprio come Wayne attore suggeriva.
Credo sia iniziato allora il mio parteggiar con le minoranze. Quando si giocava a “cowboy e indiani”, io volevo sempre far l’indiano. Poi ho visto “Il piccolo grande uomo” e quello che avevo insito in me come percezione è esplosa come certezza nella mente.

Oggi, a distanza di anni e anni, parteggio ancora per loro, perché hanno combattuto, stanno combattendo, anche per noi.

Mi ritrovo dalla parte di una minoranza in un mondo che pensa con una lungimiranza pari a -2 e non riesce a capire l’importanza del suolo che calpesta.  Tutto ciò in nome di un demone chiamato denaro, che si traveste con la tunica “progresso”. Tunica che si strapperà appena avrà ottenuto il controllo assoluto.

In un mondo dove la gente si insulta e odia, io sto con la gente che ama e prega.

Foverer standing with you

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Standing Rock Indian Reservation

Dakota Access Pipeline protests

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EMUOVITI


Dal mio personalissimo progetto Emuoviti, emozioni in movimento, vi ho parlato altre volte, sono i miei micro supporti economici.

A febbraio il mio micro contributo per la razza umanoide va Emergency.
In Iraq, in Afghanistan, in Africa, in Uganda e anche in Italia curiamo uomini, donne e bambini vittime della guerra e della povertà. Non ci interessa da dove vengono, in quale Dio credono, qual è il colore della loro pelle. E a te interessa?
Costruiscono ospedali, curano uomini e cuccioli di uomini. Nonostante l’anima oscura che l’uomo ha insita in se, loro continuano a nutrire la parte di luce.

Il mio micro contributo per la razza non umanoide va anche questo mese a Andrea Cisternino – Rifugio Italia Ukraine.
Che dire di lui che non ho ancora detto? So che se non potessi tenere io i miei amori pelosi, spererei che li adottasse lui.

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IL TERZO AMORE


Il primo è quello nell’adolescenza, quello in cui pensi che non esista il tradimento, il dolore, l’incomprensione. Si ne hai sentito parlare, ma per te sarà diverso. Per voi sarà diverso. E‘ l’amore con cui comprendi che entrare nel “meraviglioso” mondo del “noi” pare più un ring che altro.

L’amore borderline che oscilla tra incazzature e gioie. Tra passione e cupa tristezza. Tra estremismi emotivi a seconda del giorno, ora, minuto e secondo. In questo modo, mentre ti frantumi, cominci ad apprendere il senso più ampio della parola “amore”.

Il secondo amore è quello dell’età adulta, sai che non esistono solo coniglietti rosa, unicorni e soffici nuvolette. Hai i piedi piantati per terra. In genere hai in mano la tua vita.
Poi lo incontri ancora, l’amore, ma (ah sempre questi benedetti ma) ti aspetti qualcosa da questo amore. Cosa ti aspetti dipende dai tuoi bisogni. Nell’ipotesi più sana, ti aspetti che ti renda felice e ti riempia la vita.
Come tutte le aspettative, è destinata, come il Titanic, a infrangersi contro l’iceberg delle aspettative altrui.
Ma prima che ciò accada questo amore, facendosi breccia in te, sgretola ogni tua certezza e come sanguisuga si nutre dei tuoi bisogni, quando termina, tu sei devastato.

Io so che esiste un quarto amore. E sto aspettando quello, se è destino che ci si incroci in questa vita.

Il quarto amore è quando non ti aspetti che l’altro ti renda appagato e pieno. Lo sei già. Vuoi condividere la tua perfetta imperfezione con qualcuno che vuole far la stessa cosa, condividere la sua perfetta imperfezione con te. Null’altro.
Non hai aspettative, non hai bisogni, sei già equipaggiato per viaggiare bene da solo nella vita. Quindi viaggiare in due è solo la versione full size, della vita, non la vita.

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Si lo so vi chiedete dal secondo al quarto? Ma il terzo? Il terzo è quello senza il quale sicuramente al quarto non ci arrivi.

Il terzo amore è per te stesso. Ti ami già da solo, si ok ogni tanto ci litighi con te, ma poi ci fai sempre pace. L’amore esterno che incontri è l’optional dell’universo.

Rimanere solo non è un problema. Non hai paura degli spazi vuoti, perché non hai spazi vuoti da riempire, anzi ogni tanto devi far un pò di pulizia per far entrare tutte le cose che vorresti fare.
Far entrare un’altra persona nella tua vita vuol dire “far spazio” ulteriore delle tue cose. Quindi ci pensi un sacco prima di farlo, e se lo fai, deve valerne la pena. Deve essere il quarto amore, altrimenti, diciamolo tre è da sempre il numero perfetto.

DENTE DI LEONE


Non si inizia mai un discorso con e, ma, però. Ma nel mio mondo si, poiché tutto si può e niente si può.

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Ma puoi dire cose senza senso per parlar sensatamente.
Ma puoi portar la leggerezza e l’apertura di cuore.
Ma puoi essere serio con leggerezza ma non allegro con pesantezza.

Nel mio mondo la reclamo la leggerezza, come brezza, vento che scompiglia i capelli e arruffa i pensieri.

Però se mi soffi allegria, mando in giro sorrisi.
Però se mi tieni la mano, il cuore prende la forma del tuo.
Però se mi baci una ciocca sul collo, ti rispondo con la pelle.
Però se mi apri il tuo cuore, ne farò la mia tana.

Nel mio mondo non son cuor di leone, ma dente. Come lui ho rizomi profondi. Son amara ma non cattiva. Ho radici ma tendo a volar via.

E se mi parli di te, ti parlerò di me.
E se mi tieni accanto, ti porterò con me tutta la vita.
E se mi ascolti, ti dirò il mio π
E se porti i colori, ti regalerò pareti da dipingere.

E lascio fuori tutte quelle cose che il cuore lo fanno contrarre, ma non d’amore. Le persone che scivolano sulle altre come fossero lastra di ghiaccio. Chi pensa sempre a se. Chi del silenzio fa arma. Chi si veste di carnevale e cela l’omertà. Chi si abbevera alla sorgente ma poi sputa veleno.

E porto qua con me, il cuore che fa “bum bum cha” e sorride, sorride stupidamente a questa vita, perché in quel bum bum c’è l’universo intero.

COGITO, ERGO SCLERUM


Penso che dovrei staccare, dall’anta interna della cucina, il foglietto con scritto gli orari e le medicine che Micio prendeva. E’ lì da anni e neppure lo guardavo più. Un promemoria per ricordarmi di ricordare che non avevo bisogno di un promemoria.

Penso che non sono ancora pronta a farlo. Staccare quel foglietto 11×14 è come staccarmi un lembo di pelle lacerata.

Penso che dovrò farlo prima che ritorni Progenie.

Penso che Progenie è lontana e cambia ed io non vedo il suo mutamento. E lei non vede il mio, anche se muto più lentamente di lei.

Penso che il “nocciolo” delle persone è dato nel momento in cui ci si adagia nel ventre, e non muta. Quello che mi manca è vedere i “semi” che ha deciso lasciar germogliare.

Penso che il mio tempo è prezioso, e mi sembra di sprecarlo, tra tasti della tastiera e della calcolatrice, mentre ascolto telefonate che irritano la mente. Dover trovar così tanto tempo per il “fuori” e averne così poco per il “dentro”.

Penso che il coraggio di mollare tutto ancora non ce l’ho. E mi tartasso un pò per questo.

Penso che certi libri andrebbero letti due volte, forse tre, per capire veramente cosa vi è scritto in ogni riga e comprendere di cosa è impregnata la carta. Eppure son mesi che neppure riesco a finirne uno. Leggendo creavo mondi in cui mi perdevo. Mi mancano.

Penso che amo la vita, profondamente, più divento grande, più vedo la sua infinita bellezza (pur sapendo i demoni che si celano nelle sue ombre), ma che non la vivo. Mi son messa ai bordi e la vedo scorrere.

Penso che sarei dovuta nascer farfalla, tante son le volte che mi son rinchiusa a bozzolo e son nata poi a nuova vita.

Penso che spesso le mie parole scritte non son altro che questo, i filamenti dei bozzoli, in cui mi rinchiudo, per poi un giorno leggermi e scoprirmi diversa.

Penso che penso troppo. Anzi penso che penso e mi ascolto con il cuore, ma lascio parlare anche lui e la psiche ha imparato ad ascoltarlo. Penso che se non fosse così, non si spiegherebbero quelle risate nascoste nelle pieghe della saudade con cui sono costruita.

Penso che è ora che smetta di scriver questo post. Io e la mia capacità di segaiolità mentale, non abbiano limiti.

think

DI STELLE E DI FANGO


E le vedi passare le bugie.
Quelle che ti dicono e quelle che si dicono da soli.
Vedi scivolare anche le cose non dette, non nei silenzi che abbracciano, ma nel vuoto che spaventa.

Lo sai di non detenere il vero assoluto. Sai di averne percepito, piccoli grammi sparsi qua e là, nella tua vita. Però l’hai sempre rincorso, a volte sbagliando, confondendo desiderio con verità. Già, la verità, la insegui ancora. Sperando prima o poi, di avere la forma per poterla contenere, magari fosse anche tra qualche vita.

E le vedi passare le bugie e i silenzi delle cose non dette.
Taci, anche se vorresti parlare. Poi pensi: “Diciamolo, chi cazzo sono per scagliar la prima pietra? Io, la pietra, neppure riesco a farla rimbalzare sull’acqua”.

E le vedi passare le bugie, i silenzi delle cose non dette e le solitudini fatte materia.
Non sei nessuno per parlare, ma non hai di certo l’obbligo di accettarle. Puoi quindi lasciarle andare alle tue spalle, insieme alle persone che te le dicono o se le dicono (e dicendole a loro, le dicono a te). Puoi, ma non sempre è così facile lasciare andare le persone.

Scruti una notte luminosa. Leggero il respiro. Ti sovviene Oscar Wilde. Lo Speri. Chissà mai che tutta quella luce non ti aiuti a trovare quello che tanto cerchi.
moon-bunny-by-indre-bankauskaite

PIEDI


Ogni passo che ho fatto per esser quello che sono, lo so ti pare sia stato leggero, ma ho percepito ogni singolo sasso. Posso dirti quanti erano aguzzi e quanti tondi, quelli levigati dal mare e quelli appena nati da una roccia. Vi sono spine che ancora oggi, son rimaste lì prigioniere, tra carne e pelle, a ricordarmi di certi sentieri.

Avevo piedi morbidi e pelle rosea. Muovermi sui terreni non è stato facile. Per sopravvivere ho ispessito a tal punto la pelle che ad un certo punto non ho sentito più niente, neppure il soffice prato o il duttile terreno. Non sentivo il dolore, ma neppure il piacere della rugiada o il tepore del selciato battuto del sole. Non sentivo più.

E’ stato a quel punto che ho dovuto scegliere.
Sentire o non sentire. Respirare o soffocare. Nuotare o affondare.

Se sono qui, è perché ho scelto il cammino, la scelta è stata quella del vivere, anche se ogni tanto mi ritraggo. Ed è per questo, anche se ancora oggi, nel mio camminare mi sanguinano i piedi, stringo i denti e vado avanti, ancora un pochino, solo un pochino, ancora un pò. So che per ogni sasso aguzzo che percepisco ci sono milioni di fili d’erba ad attendermi.

Guardi alle mie sicurezze come a una caramella pescata distrattamente da un barattolo di un raffinato negozio di dolciumi, ma esse affondano radici che mi hanno trapassato la pelle per radicarsi in questo mondo.
piedi