INCHIOSTRO


Questo è uno dei più dei pezzi che io abbia scritto.
Ma non ho scritto io le parole.

Questo è uno dei più bei pezzi che abbia mai potuto immaginare.
Ma non ho buttato giù neppure una virgola.

Questo è uno dei più dei pezzi che io abbia creato.
Ma non ho intinto nell’inchiostro, ma nel sangue, il mio.

Questo pezzo, si chiama Progenie, le parole sono sue, e io Mater, so che lei è il più “bel pezzo” dell’intera mia vita.

«Stamattina busta ikea con zip piena di vestiti sporchi sulla schiena e diretta in lavanderia; nel pomeriggio giacca e lezione in azienda; la sera alla Volkshochschule.

L’autunno scorso mi ha vista iniziare a lavorare in un negozio di té, vendendone a beceri berlinesi incomprensibili e a solenni straricchi del Qatar; questo mi vede insegnare in un’istituzione tedesca, con il piacere e l’onore di avere un gruppo di apprendenti che mette assieme (a mero titolo esemplificativo) un giudice, una pastora e una biker.

Quando sono arrivata non potevo permettermi un caffé; adesso il problema è che una birra infrasettimanale è minimo alle 10 di sera – il che mi integra un po’ nella Berlino “che piace”, quella che tanto attira, e che forse contrabilancerà un po’ il quartiere spudoratamente borghese in cui sto per trasferirmi.

Martedì sera camminavo per strada con zaino sulla schiena, borsa in spalla, e uno scatolone contenente altri scatoloni in previsione del prossimo trasloco. Venivo dal negozio, andavo alla scuola. Sembravo una musicista di strada – non una reale, per quanto qui di simili ne abbondino, ma un becero stereotipo che chissà come e da dove si è impresso nel mio cervello adolescente. A quei tempi, ho realizzato martedì sera, sarei voluta diventare visivamente simile a quello che ero in quel momento – i vestiti, la stanchezza e la temperanza, un po’ di cinismo-sarcasmo e comunque, sempre, l’energia di vivere una città variegata. Non so perché volessi diventare proprio quello – non lo ricordo più, come non ricordo che cosa quell’immagine implicasse.

Adesso attraverso con la metro di superficie i quartieri belli di Berlino, diretta dai miei creativi – che direttamente creativi non sono, ma lavorano in ambito creativo e attingono allo stipendio per riempirsi l’armadio di stile. Non sono letteralmente “giovani”, ma lo sono per la posizione che ricoprono e per l’approccio al lavoro e alla vita. Da uno di loro è partito il primo invito a farmi entrare al Berghain senza fare la leggendaria fila per la selezione dai criteri imperscrutabili – una discoteca che è un’istituzione, qui, tra il tempio della techno, il fondo delle droghe sintetiche e promiscuità d’ordinaria amministrazione.

Parliamo di Air Berlin e Alitalia, di vecchietti italiani che giocano a poker su una spiaggia del Baltico. Piove, un temporale di dieci minuti di cui rimangono solo i vestiti fradici delle persone che incontro quando esco. Fa freddo, ora, per la mia giacca da tre euro. Sciolgo i capelli decisamente da lavare e mi dirigo a due cambi in metro.

La quotidianità qui è così variegata da essere pressoché impossibile da riassumere in un quadretto. Cammino tra tedeschi di diverse zone della Germania, bassi e colti, turchi e francesi e spagnoli e siriani e boh, e ragazzini dall’accento britannico inconfondibile, così come la cantilena spagnola. Il mio inglese si è imbarbarito, prendendo l’accento tedesco; il mio italiano, salvo da escursioni sonore, si è imbarbarito in altri sensi, perdendo parole per strada, sostituite dall’inglese e dal tedesco; il mio tedesco continua a suonare francese.

Non ho un sunto, non una morale. Di sera leggo e cerco stralci di idee superiori in libri e saggi pescati dalla vecchia vita o trovati in quella nuova. Ne trovo, a volte, ma applicabili a cose così astratte da saperle raramente tradurre nel quotidiano. Rimangono, taciute, come molte cose che ho smesso di raccontare. Perché sono troppe. E si moltiplicano interlacciandosi. E, quando così tante cose si accumulano, suppongo, bisogna scegliere se viverle o parlarne. C’è una consapevole rinuncia, e anche questo si infila nel magma di fili colorati – che non è per niente, proprio per niente, male.»

C’è stato un periodo in cui l’ho cresciuta, ora lei cresce me.

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THE X-FILES BAMBI


Warning: Questo post nasce dalla diatriba nata sulla pubblicità di una merendina italiana, pubblicità che personalmente non ha suscitato nessuna reazione (né positiva, né negativa), ma la diatriba scaturita ha portato alla mente il ricordo di un ricordar un ricordo.

Bambi, il film della Disney visto da bambina, fu per me un trauma. Talmente profondo che, (venni a sapere anni dopo) appena morì la mamma di Bambi, iniziai a piangere. Lo feci per tutto il tempo del film e per le due ore successive all’uscita del cinema. Inconsolabile, l’aggettivo.

Dopodiché feci una cosa che si chiama “rimozione di un ricordo traumatico”. La mente stabilisce che non hai vissuto quella situazione, qualsiasi essa sia, perché il dolore è insormontabile e insopportabile, e tu “dimentichi”.

La “rimozione di un ricordo traumatico” non è effettiva. Il nostro cervello per proteggerci lo manda nell’antro più oscuro della nostra mente, dove noi difficilmente andiamo di nostra volontà, e lì lo deposita. Una specie di X-files de noartri. Io archiviai un X-files di “dolore empatico” in quell’antro.

Oltre trent’anni dopo, mentre guardavo una cassetta con Progenie(*), mi resi conto che intuivo esattamente ciò che sarebbe accaduto nella scena successiva. Non possedendo doti di preveggenza non riuscivo a comprendere come fosse possibile. Non capivo, non avevo mai visto quel film.

Arrivai a chiedere a mia madre se lo avevo visto da piccola. Lei mi rispose di no. Ma quella sensazione deja vu era persistente, tanto che qualche giorno dopo sentendo al telefono mia zia, quella che mi fece da mamma i primi anni di vita, lo richiesi a lei.

Così arrivò in superficie, che si l’avevo visto e che avevo pianto a dirotto per ore, mentre lei raccontava, ricordavo anch’io.

Questa cosa fu sconvolgente per me.
Tutte le certezze del mentale messe in dubbio. Chissà quante cose abbiamo rimosso e non lo sappiamo e non sapremo (a meno di non trovarci davanti a un effetto scatenante). Chissà quante cose abbiamo rimosso e al loro posto abbiamo messo ricordi per noi più accettabili, ma non veri.

Da allora un paio di dubbi mi accompagnano sempre. Il primo: se quello che penso e dico, sia quello veramente accaduto od ho una visione corretta e rivisitata. Il secondo che, che tu, persona (qualsiasi tu sia) quando mi parli, mi racconti quello che è accaduto o mi racconti la favola che ti stai raccontando.

La realtà questa magnifica sconosciuta.

Raccontiamo bugie, omettiamo verità, inconsapevolmente (alcuni, sappiatelo, consapevolmente). Modifichiamo la percezione di noi, degli altri, degli avvenimenti e delle situazioni, e quindi diamo indicazioni sbagliate a noi stessi e agli altri. Poi ci sorprendiamo che le cose non vadano quasi mai come vorremmo. Da presupposti sbagliati, nascono situazione sbagliate.

Ora (chi mi conosce) capite questo mio bisogno costante di arrivare il più possibile vicino alla verità?

(*) Fu il periodo in cui la Disney fece uscire le vhs dei suoi film, quando avendo una MiniProgenie e pensando di fare la brava mamma, le comprai tutte (o quasi) man mano che uscivano. MiniProgenie ed io le guardavamo insieme, così vedevamo le fiabe, le fiabe belle…

Progenie ti prego, perdono, se oltre ai traumi del “Ti devo parlare” con cui ho minato la tua adolescenza, ti ho esposto all’omicidio della mamma di Bambi, alla morte traumatica del padre del Re Leone, al cacciatore che espianta cuori di Biancaneve. Non ne ero consapevole.

ESTATE 2017 – FRAMMENTO 2


Diciamocelo, noi itagliani, siamo un pò Guelfi e un pò Ghibellini. Un’eredità nel dna. Abbiano entrambi i recettori, in modo che se tu sei Guelfo, io divento immediatamente Ghibellino, ma se dopo cinque minuti incontro un Ghibellino mi scatta la parte Guelfa.

Non siamo capaci di integrarli, e trasmutare questi due recettori in una sinapsi evolutiva. Niente è più forte di noi. Il bastian contrario che si nutre de “sono meglio di te”, li alleva in batteria questi recettori.

Fazioni, faziosi, dall’epoca dei comuni in poi (ma anche prima), noi facciamo questo, invece di cercare i punti di unione, ci dividiamo.

Nella città dove abito ci sono i rioni, e tra questi c’è un rione “di sopra” e un rione “di sotto”. Per andare da sopra a sotto e viceversa ci impieghi dai 120 ai 180 secondi. Eppure.
Eppure la fazione dei “Guelfi” andava (una cinquantina di anni fa) dalla fazione dei “Ghibellini” perché corteggiavano le “loro” ragazze (dimenticando che le ragazze non erano di nessuno). Finivano a botte. A un certo punto hanno smesso di farlo, non perché son diventati più intelligenti e hanno capito, ma perchè avevano spostato, entrambi, l’odio su altro.

Ecco noi al momento siamo così, non diventiamo più intelligenti, spostiamo solo l’acrimonia, la paura, su altro. Lo facciamo continuamente, cambiamo oggetto e soggetto delle nostre paure, per sentirci noi i giusti, noi i bravi, per sentirci sicuri.

Noi così insicuri, fragili, così piccoli. Insultiamo, denigriamo. Non riuscendo a elevarci, cerchiamo di abbassare gli altri a noi.

Puntiamo il dito verso il Guelfo senza renderci conto che è la nostra immagine allo specchio. Insultiamo il Ghibellino ma la bocca che parla e le orecchie che ascoltano sono sempre le nostre.

Quanta energia sprecata nel nulla, per nulla.

ESTATE 2017 – FRAMMENTO 1


Vacanze a casa, ma tanto vivo in un posto in cui gli altri vengono in vacanza. Siedo in uno di quei tavoli all’aperto, in piazza, vicino al lago.
Io e Juni a far colazione.

Le vedo, anzi prima le sento. Tre ragazzine. Quell’età indefinita che va tra 15 e i 18. Due ragazzine capelli lunghi, sciolti sulle spalle. Una con il velo attorno al capo. Ridono e parlano di tutto. Una ragazzina, maglietta bianca, le maniche lunghe a coprire la pelle, le altre due sbracciate a mostrare l’abbronzatura. Fanno colazione insieme e parlano di vita e di speranze, le loro.

Le loro parole me le fanno sbirciare di sottocchio. Bellezza double face, belle dentro e fuori. Ah se l’umanità fosse racchiusa in questa immagine. Rispettose una dell’altra. Accettante una dell’altra. Tu fai come vuoi che io faccio come voglio portando rispetto per quello che sei. Se voglio cambio e prendo il meglio di quello che sei, se vuoi cambi e prendi il meglio di quello che sono. Se non vogliamo rimaniamo quello che siamo e sorseggiamo il mondo attraverso i nostri desideri.

Viviamo in tempi che la storia dirà di grande cambiamento, ed io spero che il cambiamento sia fatto da ragazzine che ridono e si raccontano la vita.

PS: no, non sono un “buonista”, di buono ho solo lo sconto della tessera fidaty.

PPS: però gli “haters” mi stanno poco simpatici.

PPPS: anche dover specificare i ps sopra, mi piace poco, ma son donna di rete (anche) e prevenire è meglio che curare.

JUNI


Avrei dovuto capirlo da sola, dalle volte in cui dicevo e mi dicevo: “No, prima del 2023 no!”
Perché quel dirlo era un tentativo di convincimento a non far caxxate. Poi ci si mette il destino con una bassottina dal nome Eos, un negozio di articoli di animali, il Pet Queen di Lecco e ora mi ritrovo a vivere con Juni:

Juni ha quasi 11 anni. E’ un cane diversamente giovane. Con un passato diversamente bello.

Juni è un Cavalier King, ma di regale negli ultimi anni ha avuto poco.

Juni gli ultimi tre anni della sua vita li ha trascorsi su un terrazzino.

Juni una volta era di una coppia, che ha deciso di separarsi, e ha deciso che nessuno dei due voleva il cane.

Juni volevano sopprimerla, “Io non la voglio, te non la vuoi, tanto ormai è vecchia, sopprimiamola” (e pensare che si separavano perché non andavano d’accordo e su questa cosa invece, sì. Dovreste rimettervi insieme sapete!? Vi meritate a vicenda).

Juni in qualche modo è stata salvata, non è finita in un canile, ma a novembre è giunta in un “posto” dal quale l’ho presa ieri in tarda mattinata. Dove non era più desiderata.

Juni l’ho portata subito dal veterinario, anzi la veterinaria, Alessia Maffioli, bravissima (Clinica Veterinaria di Lecco, uniscono amore e professionalità insieme, un binomio da paura per curare gli animali).

Juni dentro l’orecchio destro è in uno stato pietoso. Pieno di batteri che le hanno causato, le causano, pus, problemi e la fanno puzzare tantissimo. Il sinistro non è chiaro come sia messo. Ora siamo in attesa del referto per capire di preciso quale batterio è, così oltre agli antibiotici da mettere in loco, si sa quale dargli per bocca, e farla finalmente guarire.

Juni ha anche un pò di cataratta.

Juni è incontinente, ma questo nessuno me l’aveva detto, nonostante io avessi chiesto che problemi avesse. Ora, potrei anche sbagliarmi, ma i casi son due, o erano in malafede nel non dirmelo, o non curavano il cane. Non ti puoi non accorgere di questa cosa a questo livello. Ma questo mio dire è solo una constatazione, tanto vendono i pannolini per cane. Lei dove era prima non torna più!

Juni è pigra, mi hanno detto, ma non è vero, le piace stare in giro e muoversi. Certo ha 11 anni e per un cane che ha una vita media che va dai 9 ai 14 anni, è normale stancarsi prima. Vorrei veder loro a 65 far la corsa a ostacoli e non esser stanchi dopo.

Juni sta per i fatti suoi, mi hanno detto, ma non è vero, le piace interagire e le piace tantissimo starti vicino, anche se dorme.

Juni, dalla veterinaria, abbiamo dovuto quasi tosarla, tanto era pieni di nodi e “petole” sul mantello.

Juni sabato prossimo ha già l’appuntamento per la tolettattura e diventare ancora più bella di come è.

Juni è dolce, coccolona, docile, affettuosa, va d’accordo con tutti, umani, cani, gatti, con tutti. Tenerezza è il suo secondo nome.

Juni non ha problemi con i miei sei gatti di casa, son loro che la guardano da lontano, della serie “E’ mo’ tu chi sei, nemico o amico!?”

Juni da ieri pomeriggio si allarma se mi allontano. Ora è con me in ufficio (non potevo lasciarla in balia di sei gatti dopo meno di 24 ore dal suo ingresso in casa. Casa che, sappiatelo, lei già considera “casa sua“).

Juni è un cane di razza, e io mai avrei pensato di averne uno. Ho sempre preferito i “bastardi” perché unici nella loro imperfezione, ma Juni mi ha fatto capire che l’unica razza che conta è quella dell’anima, e che gli unici bastardi (veri) sono una parte degli esseri umani.

Se state per dirmi ma che brava che sei, non fatelo, non sono brava. Juni è arrivata nella mia vita per farmi capire qualcosa, quindi brava lei che per arrivare a me ha passato quello che ha passato.

Se vi chiedete cosa mi doveva far capire Juni, di primo acchitto mi viene “Per ogni problema c’è la soluzione, quindi non è un problema, devi solo guardarlo da un punto di vista diverso, e ciò che pensavi problema diventa opportunità“.
Juni è una cana anziana e saggia.

Qua sotto una piccola carrellata delle foto fatte ieri. dove c’è lei è una parte dei miei amori pelosi nei primi tentativi di avvicinamento.
(cliccate sulle foto per ingrandirle)

PENOMBRA


«Scrivi come se le persone che conosci fossero tutte morte»

 

Ma a volte non è così facile.

Sono momenti in cui sento il bisogno della penombra per parlare in piena luce.

«E’ una frase di Brenda Ueland»

PENSIERI AD CAZZUM DEI PRIMI GIORNI DI LUGLIO CHE ESCONO COME CAZZUM GLI PARE


Pensieri disomogenei tra loro salgono e pretendono tutti di uscire, confondendo la punta delle dita che battono sulla tastiera. Si intrecciano tra loro poco prima di uscire. O forse sono le mie personalità multiple che vogliono parlare tutte insieme.

Anelo al silenzio.

Quelli che vogliono avere mondi paralleli nei quali recitare un ruolo diverso vivono nel terrore che questi mondi si avvicinino tra loro. Questa gente mi circonda. Questa gente mi crea disagio fisico e mentale.

Ancora questa domanda mi svolazza nella mente: “Ma di me gli altri che vedono? Mi vedono? O sono io che non mi faccio vedere?”
Una volta l’ho fatto, ho chiesto “Parlami di me”. Ora questa cosa la direi a tutti quelli che conosco. Parlami di me. Perché attraverso le tue parole io possa capire cosa davvero di me passa al mondo esterno. Perché io possa capire quanto tu mi veda.

La gente che in mezzo agli altri usa un tono così alto da farsi sentire per metri intorno a se, e scopri così pure quante volte va in bagno, ma che problemi ha? Ha paura di non essere vista in questo mondo narciso?

La vita è circolare non lineare.

Far parte della mia vita vuol dire adattarsi alle “leggi” che la regolano. Non sono tante, le dita di una mano avanzano. E, a volte, son anche adattabili. Son meno intransigente di quello che si pensa, ma quelle “leggi” ci sono. Se non piacciono, non mi ha prescritto il medico. Voler far parte della mia vita infrangendole che senso ha?

Questo nodo di lacrime in gola.

Questi pensieri li ho fatti negli ultimi giorni. Ognuna di loro meriterebbe un post a parte, ma son pensieri compressi, che cercano spazio e libertà, e lo fanno comprimendosi nelle parole parche. Poi chissà domani si potrebbero aprire, o anche no.

E infine l’ultimo pensiero, quello di ora, in questo momento. Sappiate che quando scrivo qua, ne sono consapevole, appaio sempre “segaiola mentale”. Ma io non sono così, davvero, o almeno non lo sono sempre. Sono ancora, come (clicca) in questo post, sono una piattola gioiosa.