DISCONTINUA


Devo a La bloggastorie l’avermi spinta a far foto spogliandole dai colori. Nel farlo mi son ricordata che io vivo nel “bianco” e nel “nero”. Il grigio, nella vita, non lo vedo, ma amo le foto grigie. Danno spessore a particolari che, nei colori, si nascondono.

Ma, questa terra, la vivo attraverso i colori forti, intensi, decisi

Lasciandomi abbracciare dai colori della mia anima

Tutto questo per dire, ancora, anche oggi, che sono grata a questa vita. Anche in questo momento in cui il mio cuore vibra in maniera discontinua, ma grazie a questo, “sento” il mondo da un punto di vista diverso, lo vedo con la pelle e questo espande il mio vivere.

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L’ALFABETO DELLA MIA VITA


A come amore, prima lettera, come prima cosa della mia vita è l’amore.

B come brividi, d’amore, di piacere, di colore, di paura, i brividi del mio vivere.

C come calore. Come fare senza il calore di un raggio di sole a primavera? Come vivere senza il calore di un abbraccio che ti avvolge?

D come Dio, univoco, semplice, che vive dentro noi. Quindi fa di noi un dio, caduto in disgrazia su questa terra.

E come errori, tanti, quelli che ho fatto, e che farò.

F come felicità, tanto cercata a tratti trovata e ora guardata spesso da lontano, perché sia mai che ti si rivolta contro.

G come godere, questo dovrei fare in questa vita, se solo spesso non mi remassi contro da sola.

H come hotel quelli in avrei voluto dormire visitando il mondo, e che non ho visto.

I come incomprensioni, quelle che spesso il mondo ha con me, o che io ho con lui.

L come lino, che mi ricorda l’estate, i vestiti e l’insegnamento della vera bellezza: per esser elegante devi esser stropicciato e vissuto

M come mente, come organo e come affermazioni di persone che l’hanno fatto nel mio vivere.

N come noi, e noi mi piaceva tanto, non ricordo quando ho smesso di dire noi e pensare io.

O come oro, ma non il metallo, ma quello che vedo in fondo agli occhi di alcune persone. Il più prezioso.

P come perdermi, è stato l’unico modo per ritrovarmi.

Q come quadri, quelli che vorrei appendere e che non appendo alle pareti della mia casa.

R come rabbia, la mia, potente quando scatta, come la lama di un coltello serramanico.

S come silenzio, che amo, perché nel silenzio mi sento e mi comprendo (quasi sempre).

T come tempo, il mio che fugge tra le dita.

U come Ufff che a volte dico, a volte penso, a volte ascolto e a volte sento nella carne.

V come vivo, non so come, non so se davvero, ma so che ci provo.

Z come Zorro, quello della Disney in bianco e nero, L’eroe, il mio primo, quello amato.

Io e il mio consumar i tasti di questa vita.

ALONE


Con il primo freddo vero e quelle nuvole che avvolgono come un cellophane grigio scuro, son arrivate anche loro. La cervicale e questa sensazione di cupa tristezza. Come se corpo e anima stessero vibrando sulla stessa tonalità monocorde.

Ho voglia di viaggi che non posso fare, desidero libertà di cui dovrei pagare pegno, anelo cuori con cui denudare i miei pensieri, bramo al nuovo come un apneista in emersione, il primo respiro fuori l’acqua .

Sbuffo, butto lo sguardo fuori la finestra. Rammento il sospetto di ieri sera, mentre guidavo nel buio. Le luci rosse e gialle della città a illuminare l’oscurità esterna che sembrava voler prendere possesso anche di me.

La sensazione di attraversare questo mondo da sola.

The winter in coming, e io necessito di più colore e calore nella mia vita.

SIGARETTE


Ci son giornate che mi domando perché ho smesso di fumare.

Te lo ricordi il momento, quando aspiravi lentamente davanti l’accendino. L’istante stesso in cui il veleno ti riempiva i polmoni e la tua dipendenza si acchetava. Quando svuotavi i polmoni dell’aria e con essa il fumo, liberazione di un male che avevi cercato tu.

Forse è questo che mi manca, la sensazione di liberarsi di qualcosa che fa male.

Le dipendenze sono abili manipolatrici, ami ciò che ti ucciderà, sia essa una sigaretta, una situazione, una persona.

Mentre pensi questo, te lo ricordi perché hai smesso. Tu, quando ne diventi consapevole, dipendente di niente e nessuno. Se poi vogliamo parlare di quante cose e persone siamo “schiavi” inconsapevolmente (o inconsciamente consapevoli) è un altro discorso.

Il sogno di stanotte non mi ha aiutato a essere allegra. Il sottile mal di testa che accarezza la mia parte sinistra spegne ogni velleità di pensiero.

Guardo fuori della finestra. Grigio, pioggia come compagni e questa voglia di sottofondo, quella di liberarsi di qualcosa che bene non fa.

DI SILVER, DI AVVOCATI, DI TOYS BOY E DOMANDE (FATTE E NON)


Arrivo da un sabato e domenica il cui aggettivo non riesco a trovare, tanto è stato bello. Un seminario con Bruce Lipton e Gregg Braden, un luogo dove la scienza arriva al confine e mette un piede nel “campo”. Il campo è quel luogo ove esiste tutto e l’anima è a casa. Quest’ultimo fine settimana, quindi, ho incontrato scienziati che l’anima la abbracciano. E’ stato come tornare a casa, dopo anni che sei lontano, emigrato, tornare e sentire il calore della famiglia.

Sono passata da un lunedì fatto ancora da: “Dai un bicchiere e via” ma stavolta siamo stati bravi, non si son trasformati in tre bocce, ma solo in due calici. A parlare ancora di uomini (ma anche di donne), di Tinder, di Meeting e di altre app dating. Il suggerimento di darmi ai “toy boy” e il “toy boy” che si è offerto per gioco.

Il martedì dopo il lavoro ho guardato un film, “In Your Eyes” inglese con i sottotitoli in italiano. L’ho guardato insieme a Willy. In mezzo a noi solo 400 km di distanza. In mezzo a noi solo qualche cosa che non dico e una domanda che non faccio.

Qualche cosa che non dico perché insieme alle parole, penso a un detto Sufi che le ferma:
al primo cancello, chiedi a te stesso: “è vero?”
(ed io non lo so, so che è quello che vedo e sento io)
al secondo cancello domandati: “è necessario?”
(ed io non lo so, so che l’aria è necessaria, non le parole)
al terzo cancello: “è gentile?”
(ed io non lo so, e quando non lo sai, al 50% non lo è)

Una domanda che non faccio, poiché per risposta, già lo percepisco, non mi sarà data quella vera.

Mercoledì festa. La mattina quaranta minuti di macchina per chiacchierare due ore e rifarsi quaranta minuti di macchina per tornare a casa. Ma l’amicizia con qualcuno con cui condivi passaggi di strada e visione di mondi li vale. L’organizzarsi con lei per il venerdì, il teatro, Jodoroski e un altro pezzo verso chi siamo.

Il primo pomeriggio sentirsi dire “Io per te spianerei le montagne, se tu solo volessi”. Sai che sta dicendo la verità, ma per l’ennesima volta dirgli “No”.
Ti dispiace, vorresti amare un uomo così, uno che per te le montagne le spiana. E invece sempre uomini che manco le colline spianano, ma che dico colline, manco la pianura attraversano.
Progenie direbbe che è tutto una situation comedy in cui il regista, il “Diocheride“, mi ha messo come protagonista.

E la sera infine, a cena a casa di amici. Per te cucinano vegetariano anche se tu dici mi basta un’insalata o la pasta con l’olio. E invece no, ti accolgono con cibo adatto a te e il campari con l’aranciata amara. E così quattro calici e le parole che si tuffano anche nel vino bianco.
L’Avvocato è accanto a te, lo guardi, gli vuoi bene, tanto, anche ora che ne scrivi, un pò il cuore ti si apre di affetto per lui, anche se a volte lo prenderesti a schiaffi. Ma tu prendi a schiaffi solo quelli che ami (“Che culo” direbbe l’Avvocato). Con gli altri, con quelli che ti son indifferenti, o quelli che stai lasciando andare, il tempo non lo sprechi neppure per le sberle. Vai oltre e basta.
Torni a casa con le risate e un sottotofondo musicale, ti hanno rovinato l’effetto romantico che questa canzone aveva, ma ne ha assunto uno ancora più bello, ti farà ridere ogni volta che lo sentirai.

Oggi, mentre scrivo, mi si apre il cuore di gratitudine. Anche con i nei e le cose irrisolte. Anche con le domande che non faccio e le cose che non dico. Anche con il “Diocheride” che mi ha preso come protagonista femminile principale delle sue produzioni. Anche con tutto questo io sono grata.
Gratitudine per le persone che ho accanto a me, della vita che conduco, dell’amore che ricevo, dell’amore che sono ancora in grado di dare, perché di questo si illumina il mio vivere.

Grata del mio sapermi ancora son capace di arrovellarmi su cose futili e sciocche da “femmina”, come il pensiero che da un paio di giorni mi passa per la mente, cambiar il color dei capelli, e diventare silver (nonostante l’età).

Io ci provo ancora, nelle mie possibilità, a vivere il meglio della mia vita.


PS: prima che vi illudiate io non son la modella strapheega della foto

LEGGO DI ME


Ripiego le mie parole una a una. Allineo le emozioni scombinate. Distendo i pensieri attorcigliati. Lentamente sciolgo ogni nodo e compongo delle piccole matassine colorate e le metto accanto alle parole ripiegate.

Non dimentico niente, ma non conservo con me il peso del ricordo. Lo ripiego, in piccole scatoline, insieme alle parole in fondo un cassetto, non quello dei sogni, in un’altro.

Non dimentico niente, perché dimenticare non sempre è un bene. Altrimenti non impareremmo mai nulla dalle cose che ci accadono. Ogni volta con la fiamma ci bruceremmo, non ricorderemmo di buttare la buccia e mangiare solo il frutto. Le cose che mi accadono quindi le ripiego e le conservo nei cassetti della memoria. Belle o brutte che siano.

Poi arriva un momento nel quale avverto il sentore della cosa già accaduta. Vado allora a riaprire i cassetti, scartabello e cerco, finché non trovo. Trovo tutte le volte che è accaduta. Allora sommo. Uno più uno più uno più uno. Quella cosa è già accaduta altre volte.
Così scopro le dinamiche, positive o negative, mi accorgo in quel modo delle ripetizioni costanti della mia vita.

Se la ripetizione è bella, sorrido e ringrazio questo mondo per il dono. Ripiego i pensieri e le parole, li rimetto nel cassetto, e conservo con me l’emozione nel cuore.

Accade più sovente il contrario, la dinamica tossica, che avvelena, che ti mangia e consuma. A quel punto ne prendo atto.

Uno più uno più uno più uno più uno = troppo.

Prendo tutte le parole, i pensieri, le emozioni che la riguardano. Dispiego tutto davanti a me. Osservo lentamente. Leggo di me.
Possono passare ore o anche giorni. Mi faccio una visione d’insieme della dinamica, tiro fuori l’insegnamento, poi accartoccio. Accartoccio tutto insieme. Accartoccio come si fa con un foglio di alluminio. Accartoccio in una piccola palla e butto via.
Accartoccio pensieri, ricordi, frasi, emozioni e persone. Faccio spazio perché in quel vuoto ci possa entrare il nuovo.

SORSI


Digerire il vino rosso alle sei del mattino, è chiaro sintomo di una serata passata con gli amici.
Cinque teste, tre bottiglie. E la promessa non mantenuta, come sempre, di “un bicchiere e via, senza far tardi”.

Un sorso di vino e un pensiero, mentre ti dicono che sei troppo esigente. Un pensiero e un sorso di vino, mentre ti dicono “eh sì… e allora ciao”.

Un sorso di vino e trilla il cellulare con i messaggi di chi parla d’amore, ma non per te, ma per se.

Un sorso di vino e te lo domandi come è questa cosa,  chiedono sempre a te consigli d’amore. A te, che viaggi sola da una vita, a te che di uomini ne hai avuti pochi e pure sbagliati, a te quindi che sei poco attendibile a dar consigli giusti.

Un sorso di vino e gli amici un po’ te lo consigliano “e dalla un po’ via”. Tu la daresti anche, ma mica tutti van bene, e riparte il “sei troppo esigente”.

Un sorso di vino e te lo dici, perché mai dovrei pretendere da un uomo meno di quello che pretendo da un amico?

Due sorsi di vino e vedi le domande che ti fai, galleggiare sulla superficie del bicchiere.
Lo sai, domani il vino non ci sarà più, ma le domande saranno lì, tutte.

Dimensione Oltre by R.M.

Grazie RM di aver abbinato il tuo “Oltre” al mio.