LUCCIOLE D’ACQUA

Esci tranquilla con gli amici dicendo “dai ci facciamo solo una birra, una cosa tranquilla” e ti ritrovi il sabato sera a vagare vestita da pedina da dama vivente per un borgo antico e a far parte del gioco.

Questo è quello che è accaduto nella prima parte di sabato sera, eccomi a giocare e a domandarmi perchè mai a tutte quante le altre la camicetta si chiude sulla cassa toracica e a me invece una distanza di circa 15 cm impedisce la chiusura della stessa. Per qualche secondo mi è sembrato di esser tornata ai miei quattordici anni, quella sensazione di disagio, quando andavo a scuola con i libri schiacciati sul petto cercando di nascondere la mia italianità, mentre nel mondo ormai il modello “Twiggy” aveva tracciato solchi di inumana stupidità femminile che perdura tutt’oggi.
Pochi secondi e poi un vaffanculo! Alla mente il detto di mia madre “Meglio far invidia che compassione”.

Forte della mia quarta, tendente alla quinta, capacità di far invidia, siamo passati da un borgo antico a monte a un borgo antico a lago. Una festa della birra artigianale dove due amici ci aspettano per proseguire nella serata “dai ci facciamo solo una birra, una cosa tranquilla“. Qui in mio onore mi son scelta la “red milf” una rossa di carattere, peccato che a differenza di molte rosse che son amare ma lasciano un retrogusto dolce in fondo, questa alla fine rimaneva acida. Ho sperato di non far la stessa fine.

Con queste premesse è partita una di quelle sere in cui tiri tardi senza far niente, quelle serate in cui nascono i tormentoni con cui ci si prenderà in giro nei mesi a venire (la parola cult nata sabato notte è brina). Una di quelle sere in cui, in questa estate, ho un rapporto viscerale con l’acqua del lago. Ogni volta l’istinto di buttarsi dentro è forte.
Stavamo per farlo ad un certo punto, ma poi la serata ha virato sul bicchiere della staffa su un’altra lacustre insenatura con il montenegro in mano, l’aria tiepida, la notte scura, lo sciabordio dell’acqua e le chiacchiere demenziali che proseguono.

In queste sere guardo il cielo, ascolto l’acqua e mi rendo conto di quanto io ami questa terra. Le mie radici non sono cresciute qua, ma hanno attecchito in riva a questo lago. Lo hanno fatto a mia insaputa mi dico, osservando con uno struggimento che non so spiegare, le luci riflettersi sull’acqua come fossero lucciole.

Son serate come queste che mi fanno capire, che lo star bene nasce dentro di noi e si espande all’esterno contagiando il fuori e gli altri. Se  in un gruppo di amici, nelle stessa sera, più di uno contagia il fuori così… ecco così nascono quelle notti estive in cui stai così bene senza far niente e vorresti non finissero, perchè temi che il domani porti via il sorriso che hai sulle labbra e questo tiepido e piacevole esser in pace con te e gli altri.

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