MATITE SPEZZATE

Non so di preciso cosa stia accadendo in Argentina in questi giorni, ma QUALCOSA STA ACCADENDO, nel silenzio europeo e non europeo.

Sto parlando di una nazione che potremmo quasi dire italiana per il numero di emigranti che vi andarono. Sto parlando di una nazione fino al 1930 un baluardo di prosperità. Sto scrivendo di uno stato che ha fatto pagare al suo popolo, dopo tale periodo prospero, un prezzo di sangue e dolore che ha lasciato solchi indelebili. Non so quanti di voi sappiano o si ricordino della “notte delle matite spezzate” e dei “desaparesidos”, da lì in poi l’argentina annaspa, barcolla e oscilla, tra crisi economiche e crisi di democrazia.

Sto cercando di comprendere cosa accade in questi giorni, tra scontri, morti, feriti, arresti e saccheggi. Ma ancora di più sto cercando di capire perché un popolo che solo pochi anni fa ha intriso il terreno del proprio sangue, dividendosi in due fazioni, lo stia per rifare. Perchè questo sta accadendo, si stanno dividendo in due grosse fazioni “a favore di” e “contro”. Apparentemente lo stanno facendo con un’acrimonia, con un odio uno verso l’altro, fratello contro fratello, che spesso mi fa dubitare che gli uomini posseggano cuore e intelletto.

Nel mentre faccio questo, poiché ho bisogno di qualche giorno per raccogliere qualche notizia, vi lascio la testimonianza di una mia amica, anzi di un pezzettino del mio cuore, che ha visto, anni fa, quelle matite spezzarsi davanti ai suoi occhi. Ne è stata testimone, e guarda insieme a me all’argentina di oggi, con la paura di chi ha già percorso alcune strade.
Largen. Lei è argentina, anche se vive in Italia da anni, è un cuore pulsante e generoso, questo è il suo scritto di qualche anno fa, che non ha mai postato e ha “donato” ai tempi a me da leggere in privato. Oggi con il suo permesso lo riporto qua sotto, modificandolo il meno possibile, poichè ho il timore di togliere quello che lei ha “messo” dentro. SE STESSA.

L’odio tra gli uomini porta a questo, non dimenticatelo.

“Tante volte penso che sarebbe stato meglio se io fossi stata più piccola, non avrei capito,  sarebbe stato anche meglio se fossi stata meno curiosa.  Ma lo ero, volevo sempre sapere e conoscere tutto. Ma avevo 13 anni, quasi 14, e capivo tante cose e la curiosità faceva parte di me.

Mio fratello Norbert era un idolo per me. Era un genio, un ragazzo intelligente, brillante. Raggiunta la maturità, Norbert si iscrisse all’università in un’altra provincia. Da noi la famiglia si “disperde” presto. Si cresce prima se si esce di casa, questo è un pensiero e un modo di vivere molto argentino.

Una notte fui svegliata da uno che mi afferrava per i capelli e mi tirava giù a forza dal letto. Era uno della “polizia speciale” del paese. Era un paese molto piccolo e tutti sapevamo chi erano quelli della “polizia speciale”.  Ci si incontrava e ci salutavamo con la mano alzata e un bel “chau” ogni volta che ci si vedeva. Quella sera fu diverso, niente “chau”, niente mano alzata. Entrò senza invito e casa nostra divenne il suo lavoro. Credo che quella notte svegliarono anche tutti gli altri nello stesso modo.  Rovistarono casa, da cima a fondo. Trovai la biblioteca rovesciata con tutti i libri per terra. Chissà cosa pensavano di trovare.

Mio fratello era impegnato in politica. Faceva parte di un gruppo giovanile della chiesa, creato da un prete del quale non ricordo il nome e che un giorno “scomparve” entrando a far parte dei 30 mila desaparecidos. Si riunivano, il prete e i ragazzi, nel giardino di casa e io li ascoltavo, curiosa, nascosta dietro una finestra, senza farmi vedere perché ero piccola e non potevo partecipare. Mi sembravano tutti tosti, sempre incazzati neri, ribelli. Grandi.

Di quella notte non ricordo più nulla.

La nostra fortuna è stata quella di vivere in un piccolo paese, certe cose erano troppo eclatanti, non era conveniente farle. A Buenos Aires invece, se ti spariva un vicino di casa, non lo notavi, perché neppure lo conoscevi. In seguito scoprii che lo svegliarci nel cuore della notte ebbe inizio poco dopo che mio fratello Norbert fu incarcerato.
Non so se Norbert fosse un sovversivo, anche se in quel periodo qualunque cosa poteva essere considerata sovversiva. Quello che so è che lui stava cercando di far riaprire la mensa dell’università, che era stata chiusa. Quando si è giovani ed anticonformisti questo è il minimo che si può chiedere ad un’università: riaprire una mensa. Lui girava con un amico in motorino intorno all’edificio dell’università facendo esplodere dei mortaretti. Questo è quello che so. Credo sia quello che sia veramente accaduto poichè dopo 6 mesi di carcere fu dichiarato ufficialmente libero ma trattenuto comunque.  A quel tempo, la prassi era quella: tenerli là dentro, per rinfrescargli le idee, magari per cambiargli le idee. Con metodi molto “innovativi”!

Non so né in che modo, né come, ma la mamma riuscì a scoprire che l’avevano portato a Santa Fe.  Appena fu possibile lei andò a trovarlo. Mio padre no, lui non aveva il cuore adatto per andarci. Mamma partì, carica di cose e accompagnata dal suo nervoso masticare a vuoto.
Conservo ancora l’immagine di mia madre che parte e del suo prepararsi. Raccoglieva i libri per Norbert dai suoi ex professori delle medie.
In qualche modo eravamo contenti che non fosse finito nel carcere di Coronda perché già si sapevamo che da lì non uscivano vivi o in alternativa ne uscivano pazzi.

La mamma un giorno partì. Arrivò alla prigione e si trovò con un cartello appeso alla porta del carcere che riportava: “Tutti i detenuti dal Poder Ejecutivo Nacional sono stati trasferiti a Resistencia, nel Chaco”. Nord Est dell’Argentina. Non so quanti chilometri fossero da casa, ricordo solo le 14 ore di treno, dopo le 3 di autobus. Perché la prima volta a Resistencia ci andai anch’io, con lei.

Era il 1978, c’erano i mondiali di calcio da noi. Una buffonata internazionale, una vergogna, ce l’hanno anche fatto vincere.

Avevamo la possibilità di vederlo 3 giorni alla settimana. Mezz’ora al giorno. Troppa grazia, ma la parte infantile che restava in me era contenta di fare un viaggio con la mamma. Non sapevo ancora che sarei diventata grande in un attimo.

Era giugno, iniziava l’inverno, e nel Chaco la pioggia. Infatti arrivammo e c’era il diluvio. Restammo in albergo e la mattina dopo, molto presto, andammo verso il carcere. Un fortino. Enorme, imponente. L’acqua ci arrivava praticamente alle ginocchia, centinaia di persone in fila come noi, con scatole, valigie e quant’altro, cercando di reggerle nel miglior modo possibile per non farle bagnare.
Arrivò il nostro turno.  Ci controllarono come se non avessimo niente addosso. La poliziotta che si occupò di me fece bene il suo lavoro: non ricordo una parte del mio corpo dove lei non abbia messo le mani. Credo che anche a mamma avranno fatto la stessa cosa, ma non guardai.
Ci fecero entrare per dei lunghi corridoi, fino ad una stanza, come quelle che avete visto nei film.  I carcerati erano dietro ai vetri,  i visitatori dall’altra parte, dei sedili erano posti lì in modo da potersi sedere e parlare. Con mia madre decidemmo di usare quella mezz’ora di visita a metà, i primi quindici minuti entrai io.

Norbert era un ragazzone robusto con tanti di quei capelli in testa da fare invidia. Un bel faccione rotondo con un sorriso sempre accesso. Quella era l’ultima immagine che avevo di lui. Quando entrai, lui era già lì ma non lo vidi immediatamente perché era dalla parte laterale, dovetti fare il giro. Una volta arrivata di fronte lo vidi finalmente e mi trovai dinnanzi ad un ragazzo magrissimo, quasi senza denti e praticamente calvo. Non riuscì a fare altro che scoppiare a piangere. Non riuscivo neppure a sedermi. Lui mi sorrise e dal tubo di acciaio, che serviva per comunicare, sentii la sua voce (quella che ancora non erano riusciti a toglierli) che con calma,  mi diceva: “Dai gringa, va tutto bene, su, guardami, parlami.” Non so con quali forze riuscii a dirgli: “Chau, scusami.”

Lui insisteva perché lo guardassi; penso che volesse, in quel momento, vedermi diventare donna, nonostante i miei 16 anni. Parlammo per un po’, non ricordo cos’altro ci dicemmo. Ma ricordo che decisi di non usare tutti i miei quindici minuti. Mi alzai e feci entrare la mamma.

Il secondo giorno non ci andai. Il terzo sì. Volevo dirgli che l’avrei aspettato a casa. Mi guardò e rispose con un semplice: “Contaci!”
Non ricordo da quanto tempo fosse in quel carcere, ma rammento che in quel periodo gli avevano tolto anche la possibilità di scrivere e lui amava scrivere. Gli avevano tolto anche la possibilità di ricevere altri libri o di giocare a calcio nel cortile. Il resto, di quello che ha vissuto e sopportato e subito lì dentro, non ha mai voluto dirlo. Mai.

Nel viaggio di ritorno con la mamma non parlammo della visita o di mio fratello, ma parlammo di quanto fosse forte la squadra argentina di calcio, era riuscita a vincere contro il Perù 6 a 0. Proprio il risultato che serviva per continuare a giocare il torneo.

“Siamo diritti e umani!” Questo era lo slogan creato dai militari.

Mamma continuò ad andare a trovare Norbert, non ricordo con quale frequenza perché non sempre si poteva, sia per i loro assurdi regolamenti che cambiavano ogni giorno, sia per la lontananza. Io non tornai più.

Ad ogni Pasqua, ad ogni Natale, il “Poder Ejecutivo National” liberava alcuni di questi prigionieri politici. E ogni volta per noi la speranza diventava dolore.

Un giorno, di cui non ricorderò mai la data, stavo chiacchierando col mio amico Coni e vidi uscire l’incaricato del telex della radio di Colon che mi disse: “Gringa puoi venire un attimo?”
“Arrivo fra un po’” risposi
“No, vieni subito.”, ribattè con tono perentorio e senza ammettere repliche.
Mi alzai e corsi, senza pensare a nulla. Corsi e basta. Mi portai nello stanzone del telex, afferrai il foglio del tabulato. “Tutto tuo”, mi disse.
“Non mi va ora, sto parlando con Coni”.
“Invece tocca a te, e fallo con attenzione.”
Mi passò i fogli e rimase a guardare. Presi i fogli, iniziai a scorrerli fino a quando arrivai a una sottolineatura col pennello rosso, era un titolo: liberati dal “Poder Ejecutivo National”. Il mio cuore cominciò ad avvertire qualcosa. Guardai l’incaricato del telex, lui molto serio mi disse: “Continua”. Io continuai. Un paio di metri di carta più in giù un circolo rosso. Dentro quel circolo c’era il nome di mio fratello.
“Mammaaaaaaaaaaa!!!” l’impiegato aveva già aperto la porta. Partii di corsa senza ringraziarlo.

Corsi dalla mamma e da quel giorno, per tre giorni di seguito facemmo i turni sul marciapiede ad aspettarlo. Così feci anche io, fino a quando non lo vidi comparire. Piccolo, piccolo, ma non potevo non riconoscerlo. Era mio fratello, era un sopravvissuto.”

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30 pensieri riguardo “MATITE SPEZZATE

  1. che botta, ragazzi. A parte il fatto che è scritto benissimo, è un racconto emotivamente coinvolgente, perché ricorda dei capitoli brutti anche della storia italiana e perché, purtroppo, l’uomo non impara mai dai propri errori. Raramente esco da una lettura con un nodo alla gola, ma questa è una di quelle volte… fino alla fine ho avuto paura di leggere che Norbert fosse morto, come chissà quanti altri suoi coetanei in quegli anni disperati. Giunto alla fine ho tirato un sospiro di sollievo e con tutta la prudenza che mi è concessa mi piacerebbe chiedere a Largen: “come sta e che fa, adesso, tuo fratello?”. (E pensare che quello è stato il primo mondiale di calcio che ho seguito…)

    1. Ecco è quello che volevo accadesse, che ti sentissi nella storia e entrassi nella storia.
      Che pensassi che al mondiale di allora, perchè tutti noi allora (io compresa) della tragedia argentina…. non ci interessavamo
      E sai perchè volevo questo, perchè non capisco ORA CHE STA ACCADENDO IN ARGENTINA?

  2. Grazie per averlo condiviso.

    Ho letto con commozione perché anche io temevo un triste epilogo, quando sono arrivato alla fine ho tirato un sospiro di sollievo.

    Ma quando chiedi cosa stia accadendo ti riferisci allo sciopero della polizia? È l’unica notizia che trovo, se scrivo “argentina” su google i risultati recenti propongono il calcio -__-

    1. no, mi rifersico a saccheggi, a scontri a mori feriti ed arresti, che prima erano confinati in una zona dell’argentina, ma pare tra negli ultimi giorni siano arrivati anche a Bueno aires.

      Ma questo è solo parte del problema, il nocciola pare stia in due fazioni che si odiano a morte, a livelli di odio, una a favore della presidentessa in carica e una contro. Questo mi spaventa, perchè rassomiglia tanto a come son nate tanti anni fa alcune dinamiche.

      Tieni conto poi che due giorni fa, proprio a causa dello sciopero dei poliziotti, son stati mandati sul campo i militari contro la popolazione o diciamo una parte di essa.

      Ed io quando sento che i militari di una nazione vanno conro i loro stessi cittadini mi preoccupo sempre, se poi la nazione in questione ha dei precedenti con i militari…. mi preoccupo ancora di più.

      Sto cercando informazioni e/o link attendibili, perchè come vedi non si trova nulla in rete, almeno nella rete “legale”

  3. Il racconto è impressionante perchè sembra che parli di un secolo fa e invece all’epoca mi affacciavo all’adolescenza.
    Hai ragione sul temere ad un ritorno. Anni fa andai in sudamerica, sia pur in paesi “più tranquilli” come il Perù e l’Ecuador, ma ammetto che essere fermati ad un posto di blocco faceva sempre una certa soggezione. Si percepiva chiaramente come il potere della polizia fosse ben presente.

    1. E in questo momento, in argentina, poichè i poliziotti son in sciopero, hanno mandato l’esercito nelle strade e piazze…. ti ricorda nulla questo?

      Magari il mio è allarmismo, magari no. ma se vedo la mia amica argentina che non riesce avere risposte certe dai suoi amici che abitano là, ma le viene detto tutto e il contrario di tutto, mi preoccupo un pochino.

      Vediamo….

  4. Anch’io avevo un’amica Argentina, occhi e cuore. Ho ascoltato i suoi racconti, come provenienti da un altrove, a noi sconosciuto quanto Nettuno.
    Eppure siamo tutti qui, figli della Terra.

  5. questa è l’ultima mia comparsa e ti auguro felice vita, un storia assai comune nel mondo se vai a cercare, in ogni parte e in ogni luogo c’è stato, c’è e ci sarà sempre il periodo ricorrente del terrore, è la bella caratteristica dell’essere umano, ringraziamo che alla fine ne usciamo,in un modo o nell’altro senza conseguenze postume, ancora auguri cgdg

    1. Perchè la tua ultima comparsa!? O__O

      Si hai ragione che per certi versi è una storia comune, che in più posti della terra qualcuno ha sofferto in questo modo, ma LA DIFFERENZA secondo me sta nel non accettarla, non assuefarsi e nel mai considerare “che alla fine ne usciamo”, perchè arriverà un giorno che non ne usciremo….

  6. con le lacrime agli occhi sono arrivata in fondo, con lacrime vere, credimi, e con la speranza che nelle ultime righe Norbert potesse tornare a casa e così è stato. Ci sono cose che ci sembrano grandissime, problemi che ci paiono insormontabili ma di fronte ad altri diventano nulla. Grazie a Largen di averci permesso di sapere e grazie a te di aver voluto veicolare e di aver portato alla nostra attenzione qualcosa di così importante.

  7. questa è l’ennesima dimostrazione di quanto l’uomo sia portato a ripetere errori storici e politici, testimonianza toccante fortunatamente a lieto fine, in quel periodo il potere Argentino, per non rischiare la scoperta di fosse comuni, dava i dissidenti in pasto agli squali lanciandoli dai cargo in pieno oceano, ovviamente vivi e coscienti.

    TADS

    1. non so se Dio inteso come i religiosi (di qualsiasi religione) intendono, esista, so che cè altro… e so che queste cose le fanno accadere gli uomini non dio….

      Largen mi sa che ti legge qua e si prende lei il tuo abbraccio 🙂

  8. Di situazioni drammatiche è pieno il mondo e quello che mi da più fastidio è che solo alcune di queste notizie arrivano al grande pubblico, i media scelgono per opportunità solo quello che vogliono dirci.
    Che tristezza.

    A presto.

    1. Lo so… ho pianto davanti a film come “urla nel silenzio”, son rimasta senza parole di fronte a foto della guerra nella ex jugoslavia, non ho mai capito perchè nei campi di Sabra e Shatila le vittime di un tempo divennero i carnefici…. e son solo quelle che mi vengono in mente in pochi secondi.
      A volte “percepisco” il dolore del mondo. Miliardesimi di secondo e sono già distrutta.

  9. ops! non mi piace dove e come è finito il MIO blog, non mi piace che siano altri a decidere cosa, come e quando fare, ecco il motivo per cui lascio, forse un domani riprenderò a scrivere ma non di sicuro su wordpress!

  10. questo è un capitolo davvero buio della nostra storia. è per questo, che mio padre fin da bambina mi raccontava di questo e di altri fatti come questo sparsi per il mondo. Mi parlava delle madres de plaza de mayo, della gente gettata dagli aerei nel rio de la plata, dei desaparecidos… mi aveva anche fatto vedere il film su garage olimpo. L’importante è sempre RICORDARE.
    e non mi sorprende che tutto l’odio stia tornando fuori.
    Basta guardare anche (scusa se divago) i conflitti tra ebrei e palestinesi… anche se in un altro contesto.
    Grazie a te e alla tua amica. È bello, anche se fa stare un po’ male, trovarsi e sentirsi dentro alla storia.

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