IL SOLDATO TEDESCO


“Sag Gori, er muss via! Correre! Via! Sie kommen in wenigen Stunden, subito, prendono lui!”

“Dì a Gori che deve VIA! CORRERE! VIA! Vengono in poche ore, SUBITO, PRENDONO LUI!”

Ora immaginatevi la scena.
Esterno notte.
Tempo: Seconda guerra mondiale, ultimi mesi del 1944.
Notte piena. La luna illumina parzialmente l’oscurità. Campagna veneta. Un grande casolare con annessa stalla nel nulla. Avvolto da vigneti, alberi di mele e distese di campi. Un soldato tedesco esce in silenzio dalla casa padronale, cerca di non farsi vedere e sentire da quelli della casa. Bussa piano sul portone della stalla. Il portone si apre, il soldato parla all’uomo che ha aperto: “Sag Gori, er muss via! Correre! Via! Sie kommen in wenigen Stunden, subito, prendono lui!”. Un altro veloce minuto per spiegare che accade. Il portone della stalla si chiude. Il soldato tedesco usa un altro minuto per rientrare silenziosamente nella casa padronale.
Tutta questa scena in quattro minuti.

Quei quattro minuti hanno salvato la vita a mio Zio Gregorio, detto Gori.

Perché un soldato tedesco della seconda guerra mondiale ha salvato mio zio?

Verso la fine della seconda guerra mondiale, il piccolo comando tedesco della zona, in un paese sul litorale della costa veneta, aveva deciso di spostarsi in campagna, a pochi chilometri dal paese. La probabilità che i loro stessi aerei, prima o poi avrebbero bombardato il porticciolo per distruggerlo, era alta. Requisirono, quindi, il casolare di campagna dove viveva la mia famiglia di origine da parte materna, compreso di tutto ciò che vi era all’interno.

I miei avi erano contadini, ma non contadini “ricchi” ovvero proprietari della terra e della casa dove vivevano, erano contadini poveri, quelli a mezzadria. Tutto lì intorno era proprietà di un solo “contadino”. El paron.

Sfrattarono i miei nonni, i miei zii, le zie e mia madre, allora bambina. Li obbligarono ad andare a vivere nella stalla accanto, insieme al bestiame, dandogli la possibilità di portare via pochissime cose oltre ai propri abiti.

Come potete ben pensare, questo sfratto non fece amare i soldati tedeschi alla mia famiglia. Gente armata che ti butta fuori di casa e si prende tutto quel poco che hai. Eppure accade qualcosa.

Accade che i soldati “cattivi” presero il casolare, ma subito dopo arrivarono anche gli altri soldati, quelli che avrebbero dovuto viver lì.

Arrivarono uomini grandi di età con fili bianchi tra i capelli e uomini piccoli di età, che ti domandavi se fossero maggiorenni o no. Gli uomini di età “mediana” erano pochi. La maggior parte era su fronti più “cattivi” o già morti. Alla Germania a fine guerra non rimanevano molti uomini nell’età “mediana” e reclutava di “tutto“.

Questo “tutto” fatto di ragazzini e uomini con fili bianchi tra i capelli, erano stati in gran parte obbligati ad arruolarsi. Specialmente quelli con i fili bianchi in testa. I giovani, si sa, li infiammi più facilmente e li convinci a morire per la patria.

Tutto questo “tutto” per usare le parole di mia Zia Oliva (discorsi che ascoltai molti anni dopo mentre le zie “ciacolavano” tra loro e raccontavano a noi nipoti) era magro, sporco, stanco, con più pulci addosso che cibo nelle bisacce. Anche mentre erano lì, pativano la fame perché il comando centrale li riforniva raramente. Il “tutto” erano i soldati semplici, fanteria, quelli che eseguivano gli ordini.

La mia famiglia però era stata previdente, quando aveva capito che stavano per arrivare i tedeschi da loro, avevano nascosto le poche provviste. E, a differenza dei soldati, conosceva la zona, sapeva di quali erbe/verdure potevano cibarsi e dove erano.

Nel primo periodo fecero finta di niente. Gli uni da una parte e gli altri dall’altra. Poi accadde un’altro accadde.
Accadde che soldati tedeschi con i fili bianchi tra i capelli e la mia famiglia cominciarono a socializzare. I tedeschi cominciarono a parlare delle famiglie che avevano in Germania, dei figli lasciati, della speranza che fossero ancora là e non su qualche fronte. Raccontavano delle fidanzate, delle mogli di cui sentivano la mancanza, e dell’amore che avevano per loro. La mia famiglia parlava della paura, del non sapere che fine avrebbero fatto, dei propri figli rimasti e dei figli mandati a combattere. Parlavano della propria vita, prima della guerra e durante quella guerra, nonostante una lingua e una nazione diversa, cominciarono a comprendersi.

I miei avi videro in loro padri di famiglia, videro figli, sentirono l’amarezza e la paura nella voce. Smisero di vedere soldati e videro persone.
Persone come loro.
I soldati videro nei miei familiari, uomini, donne, contadini con una vita dura, proteggevano ciò che amavano, la terra e i loro figli. Smisero di vedere nemici e videro persone.
Persone come loro.

A quel punto accaddero molte cose.
Accadde che mio nonno ogni tanto dicesse loro che aveva trovato del cibo e del vino e lo condivideva con quei soldati “tutto”.
Accadde che qualche volta la sera si ritrovavano nella stalla, bevevano il vino insieme. Credo, immagino, che abbiano riso insieme e credo che qualche volta la malinconia e l’amarezza di quella vita li abbia stretti a se.

In tutto ciò un mio zio, Gregorio, detto Gori, che di anni, ai tempi, doveva averne al massimo una ventina, di giorno lavora i campi e a volte la sera, di nascosto, si riuniva con altri giovani del paese.

Fino a che una notte, in silenzio senza farsi notare, un soldato con i fili bianchi in testa, usci di nascosto dal casolare e bussò al portone di una stalla. Quel soldato di cui io non so il nome, avvisò mio nonno, mio zio Gori scappò quella notte. Il soldato tedesco aveva avvisato mio nonno che era arrivato l’ordine dal comando centrale, il mattino dopo avrebbero portato via Gori.

Sapete cosa ha salvato la vita a mio zio?
L’empatia.
L’empatia che la mia famiglia d’origine ebbe per quei soldati “tutto”, per quel soldato con i fili bianchi in testa.
L’empatia che quel soldato ha avuto per quello che stava per accadere a mio nonno e a suo figlio.

Sapete perché ho scritto questo post?
Perché quello che sta accadendo sulla Sea Watch e sulla Sea Eye me l’ha riportata in mente, con i suoi richiedenti asilo a bordo. Ma sopratutto è scaturito da quello che leggo e sento dalla gente “normale” che vive fisicamente (e non) accanto a me, quei “normali” che si sentono molto “italiani brava gente” mentre dicono “Lasciali lì, che tornino indietro, cazzi loro”.

Sapete che come umanità siamo fortunati che non sono Dio?
Se io fossi Dio, non ci perdonerei.

Annunci

BRIDA


Oggi il social blu mi ricorda una frase scritta nel 2008: “Ho ricevuto in regalo “Brida” con una frase sottolineata in giallo…”

Willy sottolineò la frase prima di spedirmelo. Willy a distanza di anni non si ricordava cosa aveva sottolineato, e voleva saperlo da me.

Io me la ricordavo, ma son anche convinta che se dimentichi, a meno che non soffri di demenza senile, è perché quel momento, quel ricordo, quello scritto, non ha più valore. Non ti appartiene più, non fa più parte della tua vita e quindi devi lasciarlo scorrere nell’oblio.

E’ strana la vita, ha i suoi colori, social blu, frase gialla e io, non so come mai, mi sento morbidamente opalescente.

C’ERA UNA VOLTA


C’è stato un tempo un cui ero una “bella persona”.
Poi non so cosa sia successo ed rimasta solo “persona”, e son ancora fortuna, a qualcuno negli anni, oltre il “bella” sparisce anche la “persona”. Non che muoia sia ben chiaro, solo che si trasformano in zombie. Zombie emotivi, involucri vuoti pieni del nulla.
A volte penso che vivano meglio loro e a volte ringrazio il Dio che ride o chi per lui, di non esserlo.

C’è stato un tempo, neppure tanto lontano, in cui delle persone vedevo solo il lato bello.
Le conoscevo e sorridevo di tanta bellezza in ognuno di loro, il lato brutto, niente ma proprio niente non riuscivo a scorgerlo. A nulla valevano le parole di chi amavo nel mettermi in guardia, a dirmi stai attenta “Tu non vedi le brutture e doppi fini della gente, ti fidi troppo”. L’ironia, vista da oggi, e che mi fidavo anche di loro.
Poi non so cosa sia successo, o forse sì, so che ora lo sguardo “Sei un dono di dio” raramente vede la luce.

C’è stato un tempo in cui leggevo, mediamente, un libro a settimana.
Ed era bello, entravo in mondi non miei, vedevo con occhi che avevano una struttura diversa del mio dna, osservavo da punti di vista diversi. Altro che cinema, netflix, prime o sky. Avevo tra le sinapsi il più spettacolare hd del mondo.
Poi non so cosa sia successo, ma i colori hanno cominciato a sbiadire e le immagini si son fatte sempre più lontane.

C’è stato un tempo in cui amavo un uomo, ed era bello ed era terribile nello stesso esatto momento, ma era così intensamente vivo.
Poi non so cosa sia successo, o forse lo so benissimo, ma so che non volevo più quel terribile nella mia vita, faceva troppo male. Ancora oggi non so se rinunciando al terribile abbia perso anche il bello o se il terribile si sia nutrito di tutto il bello e poi non avendo più nulla di cui cibarsi, si sia nutrito di se stesso fino a sparire.
A volte mi manca la me innamorata, perché divento luce quando lo sono, però a volte ringrazio di non esserlo, poiché è sempre capitato che abbia amato l’altro più di me stessa, e se t’innamori di qualcuno che ama troppo se stesso, sono (come si dice dalle mie parti) cazzi amari.

C’è stato un tempo in cui credevo.
Credevo che “il bene vince sempre sul male”, che “alla fine vissero felici e contenti”, che il mondo era simile a me (in effetti soffro di autostima in eccesso a volte), che il male nell’uomo sia poco, che tutti posseggano l’empatia (più o meno sviluppata), che i cuori sanguinano allo stesso modo, che legge sia sinonimo di giustizia e che tutti, in questa vita, cerchino di elevarsi alla luce.
Poi non so cosa sia successo, credo di essermi persa.

C’è stato un tempo in cui ero sicura che avrei cambiato il mondo.
Anni dopo ho ringraziato che il mondo non avesse cambiato me.
Poi non so cosa sia successo, ma so che il mondo mi ha incrinato.

RIFLESSI


Il problema degli specchi è che guardi con i tuoi occhi e quindi spesso non vedi quello che c’è, ma quello che percepisci tu.

Credo di averlo sempre saputo, inconsciamente, per questo a volte divento segaiola mentale, perché guardo e riguardo questa realtà alla ricerca di un segno che mi faccia comprendere. Sto osservando quello che accade o il riflesso di una parte di me?

Quello che tu a volte vedi in me come tentennamento, come cambio, come incongruenza, non è altro che la continua messa a fuoco della realtà.
Ciò a volte esaurisce.

Sospetto che sia questo che mi snerva fino a cercare l’isolamento, in modo che io non abbia la tentazione, il desiderio, la necessità o l’obbligo di cercare la verità esterna, poiché mi risulta difficile non farlo. Ogni volta cercare di capire se quello che vedo in una persona è una proiezione di me o la persona stessa.

Avrei dovuto nascere più semplice.

CIECHI


Tempo da lupi(*) anche dove abito io
Come se il cielo non fosse fatto più d’aria ma d’acqua e avesse deciso di cadere sulla terra. Come se l’aria incazzata dell’aver perso il suo ruolo, passasse turbinando ad asciugare, eliminando colei che aveva osato occupare il suo posto, l’acqua, e nel farlo, accecata d’ira, distruggesse la terra.

Tempo da lupi ed è stato un attimo nel ritrovarmi nel tempo, vicino al lago di Bolsena. Danzava il mio corpo con me stessa, la psytrance nelle orecchie e nel corpo, gli altri intorno come mondi separati. Poi in pochi minuti il cielo da limpido a nero, oggetti che volano nel cielo e la mia corsa nella tenda, ritrovarmi rannicchiata, mentre fuori il dio della tempesta aveva deciso di pulire la superficie della terra, sbattendo la mia tenda come fosse un aquilone in un tornado. Lì, in quell’attimo, ho compreso per la prima volta, quanto siamo meno di uno sputo di nulla su questo mondo, e quando basta poco per cancellarci.
Non avevo voce in capitolo se non sperare che quel dio della tempesta mi reputasse indegna della sua deità e non mi volesse con lui.

Tempo da lupi e questa volta in fondo ero a casa, al sicuro, anche se il vento strappava tutto quello che avevo sui terrazzi, bastone di metallo agganciato al muro compreso. Anche se ho dovuto fare una cosa che non faccio mai, neppure per dormire, abbassare tutte le tapparelle lasciando fuori il vento, l’acqua e i rumori di oggetti che volavano, sbattevano e poi cadevano. Tutti quei suoni e rumori messi insieme mi ricordavano quanto fossi lo spazio vuoto tra un quark e un’altro.

Man mano che le serrande scendevano, il frastuono rimaneva fuori insieme a quella sensazione di esser uno sputo in balia del dio della tempesta.
Eccolo lì il barbatrucco. La sensazione di esserne fuori, “la tempesta” era lontana, non esisteva più o quasi. Poi la mia mente ha ripensato a Bolsena, è il binomio è stato simultaneo, ero ancora uno sputo di nulla, solo che mi auto ingannavo.

Spesso gli umani fallaci lo fanno, ed io sono molto fallace. Gli uomini questo fanno, tirano giù le tapparelle, chiudono le serrande, per non vedere cosa c’è fuori e riuscire a vivere questa vita. Da ciechi.

(*) che poi chissà perché si dice tempo da lupi e non tempo da umani, siamo molto più feroci e brutali noi.

JUĜO


Il sole mi abbraccia, accarezza le mie mani, avvolge gli avambracci poggiati sulla scrivania. Amo questo tepore, mi fa stare bene. Appoggio le dita sulla tastiera e inizio a scrivere, solo due righe a fissare.

Sono in un periodo strano della mia vita. Comprendo e amo maggiormente le persone e nel contempo sono diventata più intollerante verso il mondo. Del resto la mia vita è stata sempre un ossimoro costante.

Ho iniziato a recidere in profondità rami secchi. Tolgo attenzione a persone e numeri di telefono dal cellulare. Vorrei togliermi anche il giudizio strisciante che ogni tanto mi ritrovo davanti (il mio sia ben chiaro, che quello altrui ora lo recido insieme alla persona), sorpresa di non essere stata capace di rinunciare alla mia umana imperfezione, stupita di non essere perfetta e di non avere opinioni senza giudizio. Ma il saperlo, il rendermene conto, fa si che quel giudizio strisciante appena portato alla luce, tenda a dileguarsi lasciando aperta la porta al “giudizio sospeso”. Con una sola esclusione, quando io giudico me, qui di sospeso poco, grazie al mio giudice interiore.

Quante parole insieme riesco a generare. Mi blocco con lo sguardo a mezz’aria a vederle passare ancora sotto forma di pensiero. Son sempre stata un’incubatrice di pensieri, partorisco me stessa tra una M e una B, eppure vivo bene solo quando le parole le vivo, molto meno quando le penso.

Dovrei esser più propositiva, lo so, ma il sole ha abbandonato la mia scrivania, comincio a sentire freddo.

PER TUTTO IL RESTO C’E’ MASTERCARD


Siedo sul divano rosso del salotto e penso a come, assieme, si sia “progettata” la casa a Lecco: la cucina viola, camera tua blu, la mia grigia – e il bagno, diventato rosso quando hai visto quel ripiano rosso ciliegia e te ne sei innamorata, e io all’inizio ero perplessa, e alla fine mi sono trovata ad amare quel bagno unico, con quel rosso vita a salutare al mattino e alla sera.

Mi piacerebbe festeggiare questo tuo compleanno con te, ma anche quest’anno non accade. E non mi piace tale sterile dato di fatto, e così penso: mi sono concentrata per mutare il mio presente di modo che mi piacesse, ed eccomi qui, sul divano rosso che era parte del progetto, e domani sera lavoro e non mi spiace, e forse è arrivato il momento di concentrarmi anche su un altro aspetto del presente che mi interessa. Il poterci vedere più spesso. O rendere più intenso, di qualità, il tempo passato assieme – ma, ouch, ne sto già parlando come fosse un progetto lavorativo, e allora diciamo semplicemente: lascerò che le mie energie, di sottofondo e nell’inconscio, si dedichino a far sì che io possa di più – sia più spesso, o in maniera più intensa, o non lo so e mi lascio aperta alle ispirazioni – godermi dei momenti condivisi con te.

Sembriamo fare a gara, io e te, a chi si occupa più tempo. La conseguenza è la difficoltà a incontrarsi, ma ci sono così tanti lati positivi a controbilanciare. Mi piace, sai?, avere una Mater così attiva e partecipativa e smossa dalla propria curiosità e dalle proprie passioni. È stato un onore poterti aiutare a rifinire la tesi, perché era il compimento (simbolico e non) di un progetto e perché, leggendola, mi sono sentita al contempo fiera e di nuovo bambina, a rileggere di Alice e dello scoprire, del finire nelle proprie profondità, di un viaggio che avviene senza muovere passo.

E così mi dico che, proprio grazie a questi tuoi tanti impegni, mi permetti di festeggiarti in un modo ben più importante del vederti di persona: saperti così presa, così risucchiata dal presente, mi consola ed entusiasma. È strano, questo discorso, che ricorda quello delle madri che guardano le figlie percorrere la propria strada tra la malinconia e la fierezza, il dispiacere e la gioia, ed è strana questa inversione, che in questo momento sia io a vedere te così, e penso che la adoro, questa stranezza, adoro tutte le stranezze del nostro rapporto, persino quelle passate che sono state difficili da digerire, perché – lessi una volta – questa è la differenza tra amore e feticismo: l’amore ama il tutto, l’insieme; il feticismo solo una parte. (E mi sto pure commuovendo a scriverti questo; e devo commuovermi e trattenere il magone in modo simile a te. In alcuni intensi momenti è successo proprio questo: abbiamo trattenuto il magone una davanti all’altra, ci siamo viste, abbiamo riso ed è stato quest’insieme a farci comunicare l’una con l’altra più di mille lacrime non trattenute.)

Sai già che sto bene e che sono felice, ma sai quanto ciò sia dovuto a te? Osservo spesso persone a me simili per così tante cose – le premesse sociali e di classe da cui vengono, le opportunità finanziare della famiglia, i dissesti psicologici – e so che sono stata fortunata. Per quello che ho oggi, per il come io veda la vita oggi – e tu sei stata così spesso la variabile decisiva. Ormai, quando si parla di certe questioni – stima in sé, coraggio di osare per migliorare la propria vita, proteggere la propria identità – lo premetto: sono stata fortunata, dico, e lo sono stata per gli esempi che mi sono stati dati. E che continui a darmi, e che ora posso celebrare da adulta (un po’ più) consapevole.
Insomma… Auguri, Mater

Questo ho letto stamattina sul mio cellulare, un messaggio mandato alle 00.00, per entrare esattamente nel giorno in cui io ho deciso di venire al mondo. Credo di averlo riletto già almeno una decina di volte, e ogni volta mi commuovo fino a tirare su con il naso, fino a stringere la bocca per impedire a quel groppo in gola di risalire, fino a sorridere tra un occhio umido e le lettere delle sue parole.

Lei si dice fortunata, ma lo sono io. Dicono che quando decidiamo di nascere scegliamo i genitori con cui farlo, scegliamo quelli che in qualche modo permetteranno il nostro cammino. Lei ha scelto me, e di questo io sono grata, perché senza Lei io non sarei quella che sono, e neppure avrei scritto quella tesi di cui lei si dice onorata di aver rifinito.

Lei hai scelto me. E lo fa ancora con questo scritto, che riempie il cuore e i condotti lacrimali, da donna adulta e consapevole.

Sono una donna fortunata, sono una mater fortunata, lei è lontanissima ma è più vicina di molti figli che vivono sotto lo stesso tetto dei genitori. Dovrei essere triste ad averla così lontana, e sì, mi piacerebbe averla a un distanza che mi permetterebbe di dirle “Che dici, stasera ci facciamo una pizza insieme?”, ma rimango felice lo stesso perché ha scelto la sua strada, l’ha trovata ed è riuscita ad imboccarla, è volata fuori dal nido e lo ha fatto con ali maestose.

Il più bel regalo è questa lettera virtuale, e non lo dico per dire, per tutto il resto c’è mastercard. E ora basta scrivere che corro il rischio di fare ammalare tutti di diabete.

Ci sono giornate che sono fatte di una luce sfavillante, questa è una di quelle, e ora vado a rileggermi per la millantesima volta le tue parole.

Ti voglio bene

Tua Mater