LA SCELTA


Avrei voluto lasciare le mie dita leggere sul tuo cuore, tu il mio lo tenevi prepotentemente racchiuso nel tuo pugno.

Avrei voluto ritrovarmi a guardare l’orizzonte insieme a te, la stessa direzione, gli stessi passi, lo stesso cammino, e invece ti scoprivo a perderti in mondi fatti di esalazioni narcotiche.

Mi guardavo allo specchio, le mie lacrime erano una domanda: “Era stato un sadico destino l’averti trovato o quel destino l’avevo forzato per trovarti in questa vita, e per quello ora pagavo pegno?”

Poi mi sono scelta.

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ACCANTONO


Due parole in chat con Progenie di mattina presto. Tra un come stai e un come stai tu, tra un cosa fai e come sta Pecetta, è sbucato il discorso sulla serietà. La mia. Da qui questo post.

Sinceramente io mi vedo meno seria di quello che gli altri vedono.
Probabilmente sono io che non vedo come mi vedono.

Concordo sul fatto che l’usare parole come “responsabilità” e “verità” (la ricerca, io ancora non la posseggo) mi fa apparire seria e rompiballe (sospetto più quest’ultima). Eppure io son meno seria di quello che sembro, solo che, come molte altre persone, vivo con un tipo di sensibilità sottopelle. Quella che a qualcuno fa dire che son “esagerata”. Mentre a me fa vivere con la presenza costante, inconsapevole, di “emozioni”.

“Emozioni” che negli anni si sono sommate. Qualcosa, ogni tanto, le riporta in superficie, come stamattina appena finito il discorso con Progenie. Facebook mi ricorda un mio vecchio post (se clicchi sulla foto ti ci porto, se non ti interessa vai sotto la foto).

Anno dopo anno, ascolto dopo ascolto, la crudeltà umana mi appare sotto forma del massacro di Sabra e Shatila eseguito da chi alle spalle aveva subito i massacri dei campi come Auschwitz. Mi rammento i Gulag e i campi di concentramento Serbi come quello di Omarska. Ricordo i campi di “educazione” cambogiani degli anni 70 e gli attuali campi di detenzione libici, di cui l’europa è socio di capitale.

Ho un bimbo di tre anni nel cuore, il suo nome è Aylan, morto affogato nel mare, cercando di scappare dalla violenza. Nel muscolo cardiaco, insieme, tutti quelli morti dopo lui, senza nome, anche pochi giorni fa.

Potrei parlarvi del genocidio degli Aborigeni in Australia e perché non ricordare cosa è stato fatto agli Indiani d’america?
Ecco perché sembro seria. Non so voi, queste cose vivono costantemente con me. Anche quando rido e scherzo, anche quando non ne sono consapevole, anche quando faccio la cogliona e all’ennesimo bicchiere di rosso divento una buffona.

Io non dimentico. Accantono solo per un pò.

(click sulla scritta)

FLUIDA


I miei pensieri volano come rondini ai primi freddi. Cercano posti caldi dove adagiarsi e riprodursi.

Tengo stretto a me il cuore. Non per avarizia, non per paura, ma nella ricerca di chi lo tiene allo stesso modo, in attesa di donarlo a me.

Emozioni come gatti acciambellati accanto al fuoco del camino. Aspettano di sciogliersi con il calore.

Sospiro a riempire l’aria di me.

Mi ascolto il petto nel mio librarmi, cadere, per poi riprovare ancora il volo.

Chiudo leggeri gli occhi a vedere, dietro le palpebre, le immagini dei miei sogni fatti colore.

Le mille me si siedono ai bordi del fiume, muovono le dita dei piedi nell’acqua, a percepire il suo parlare tra vibrazioni e carezze. Divento fluida insieme a lui.

Io sono anche questo.

L’ALFABETO DELLA MIA VITA


A come amore, prima lettera, come prima cosa della mia vita è l’amore.

B come brividi, d’amore, di piacere, di colore, di paura, i brividi del mio vivere.

C come calore. Come fare senza il calore di un raggio di sole a primavera? Come vivere senza il calore di un abbraccio che ti avvolge?

D come Dio, univoco, semplice, che vive dentro noi. Quindi fa di noi un dio, caduto in disgrazia su questa terra.

E come errori, tanti, quelli che ho fatto, e che farò.

F come felicità, tanto cercata a tratti trovata e ora guardata spesso da lontano, perché sia mai che ti si rivolta contro.

G come godere, questo dovrei fare in questa vita, se solo spesso non mi remassi contro da sola.

H come hotel quelli in avrei voluto dormire visitando il mondo, e che non ho visto.

I come incomprensioni, quelle che spesso il mondo ha con me, o che io ho con lui.

L come lino, che mi ricorda l’estate, i vestiti e l’insegnamento della vera bellezza: per esser elegante devi esser stropicciato e vissuto

M come mente, come organo e come affermazioni di persone che l’hanno fatto nel mio vivere.

N come noi, e noi mi piaceva tanto, non ricordo quando ho smesso di dire noi e pensare io.

O come oro, ma non il metallo, ma quello che vedo in fondo agli occhi di alcune persone. Il più prezioso.

P come perdermi, è stato l’unico modo per ritrovarmi.

Q come quadri, quelli che vorrei appendere e che non appendo alle pareti della mia casa.

R come rabbia, la mia, potente quando scatta, come la lama di un coltello serramanico.

S come silenzio, che amo, perché nel silenzio mi sento e mi comprendo (quasi sempre).

T come tempo, il mio che fugge tra le dita.

U come Ufff che a volte dico, a volte penso, a volte ascolto e a volte sento nella carne.

V come vivo, non so come, non so se davvero, ma so che ci provo.

Z come Zorro, quello della Disney in bianco e nero, L’eroe, il mio primo, quello amato.

Io e il mio consumar i tasti di questa vita.

DNA


E non lo so perché, per come e per dove.
E non so neppure come mai, quando e se.

Quando ti ho domandato, dove mi sentivi nella carne, io lo sapevo già che la tua carne l’avevo penetrata. Ero partita da lontano, dalla mente e il cuore lo avevo attraversato. Lo percepivo perché la mia carne risuonava con la tua. Non sapevo dove mi ero accoccolata e dove tu mi avevi accettata. Per quello ti ho chiesto. “Chiudi gli occhi, pensami, dove mi hai messo nella carne?”

La tua risposta, mi ha sorpreso, mi hai messo nel posto più bello che potevo pensare. Nella pancia. Nel secondo cervello. Nel luogo ove la quasi totalità della serotonina si produce. Dove i neuroni prendono le emozioni, e come mulinelli, le legano alla carne di questa vita.

Nella pancia dove non c’è il cuore, dove non c’è la testa. Ma c’è il cuore e la testa fusi insieme, a creare qualcosa di unico e straordinario.

Nella pancia. Avrei dovuto saperlo da sola, perché se mi ascolto, se cerco di capire da dove nasce il respiro che a volte riesci a strapparmi, da li nasce. Dalla pancia, e mentre risale, mentre anche tu mi attraversi il cuore in quel respiro e risali alla testa, mi perdo.

Il dna dell’universo di cui siamo fatti, una doppia catena, siamo noi, s’interseca in noi. Dna spirituale, io che scendo e tu che sali, a formar la doppia spirale continua, carne e mente, che affondano uno nell’altro.

E non lo so perché, per come e per dove.
E non so neppure come mai, quando e se.
Vorrei sapere da dove, verso cosa, e da quando.

Poi socchiudo gli occhi
Ti sento nella carne
Mi senti nella carne
Ti sento che mi senti
Mi senti che ti sento
Basta questo

CREPE


Ti amo ancora” e mi tappo subito la bocca con la mano. Cerco di porre rimedio a quella frase sfuggita, in cerca di libertà, a un cuore che la teneva prigioniera.

Ho sbagliato a dirtelo” dico subito spaventata. Vibra come un diapason il miocardio, pensando che questa frase ti farà fuggire da me.

No” mi dici e mi attiri a te “Ho bisogno che tu me lo dica“.

C’è qualche crepa in questo mondo, perché il figlio di Ipno e di Notte, porta sempre il suo universo in questo.

morfeo

CALAMITA


Ti dipingo, mi hai detto.

Nella stanza abbandonata, con i mobili e le pareti coperte da lenzuola, hai iniziato ad usare le bombolette spray. Rosso, blu e un colore che non ricordo. Colori con furia.

Poi hai strappato tutto. Ti sei girato e mi hai detto “No, tu non sei questa” e sulla parete nuda e bianca hai usato un solo colore.

Dipingi un araldo, uno stemma tra l’oro e il giallo. Delle volute tondeggianti, a formare un ovale vuoto al centro, che uniscono altri ghirigori a formare delle ali ai lati.

Ti guardo, ti volti. Mi spingi al muro. Ma non è sesso, non lo facciamo. Ci guardiamo negli occhi. Precipi-ti-amo. Ti stacchi da me, non ti trattengo.

Il cuore mi esplode. Calamita il tuo del mio.
Mi si squarcia il petto nel desiderio di accompagnarti.

Non finirà mai questo cercarci per poi abbandonarci?

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