IL MARE DI HIKMET


Mi apri miriadi di possibilità mancate

Retrogusto di una mandorla amara

Sospiro di ciò che poteva e non è

Mare di Hikmet

Sospiro di ciò che potrebbe e non è

Retrogusto di caffè senza zucchero

Mi chiudi miriadi di possibilità presenti

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RABARBARO


Ci sei tu, tu che hai più bisogno di sicurezza che non di verità. Poi ci sono io, io che oscillo tra il bisogno di una e l’irrinunciabilità dell’altra.

In questo ondeggiare mi perdo, tra quello che voglio e quello che fa di me chi sono.

Questo fluttuare mi porta in un equilibrio instabile. In sospensione.
Così capace con l’esterno, così cieca con l’interno.

Hai il sapore del rabarbaro, ma io il rabarbaro lo amo.

UN BATTITO DI AMIGDALA


E’ lo sguardo che crea la poesia, l’anima l’assemblea e la deposita nel cuore, o forse la consegna all’amigdala.
E se l’amigdala fosse il cuore della mente, come il muscolo cardiaco lo è del corpo?

Percepisco il calore di un futuro che sta arrivando mentre la mia maledetta impazienza schiamazza.

Un singolo, piccolo scatto, e mi scaldo in questo inizio d’autunno strampalato.

La vita spesso non è propriamente semplice, però a volte un ricordo che ha la forma di un mezzodì estivo, l’odore di un piatto di pasta al pomodoro, il rumore del cicaleccio tra amici e la presenza di Progenie, fa si che tu la ami.

Ah riuscissi a vedere sempre l’intensa bellezza di questa vita, come la vedo in questa foto.

DOMANDA & RISPOSTA


Domanda, cerca la sua metà del cielo, Risposta.
Quella a combaciare e chiudere il cerchio.

Risposta rimane celata in quel gioco di ombre e luci.

Nel frattempo una folata di Tempo porta via Domanda.
La vita è spesso così.

INCHIOSTRO


Questo è uno dei più dei pezzi che io abbia scritto.
Ma non ho scritto io le parole.

Questo è uno dei più bei pezzi che abbia mai potuto immaginare.
Ma non ho buttato giù neppure una virgola.

Questo è uno dei più dei pezzi che io abbia creato.
Ma non ho intinto nell’inchiostro, ma nel sangue, il mio.

Questo pezzo, si chiama Progenie, le parole sono sue, e io Mater, so che lei è il più “bel pezzo” dell’intera mia vita.

«Stamattina busta ikea con zip piena di vestiti sporchi sulla schiena e diretta in lavanderia; nel pomeriggio giacca e lezione in azienda; la sera alla Volkshochschule.

L’autunno scorso mi ha vista iniziare a lavorare in un negozio di té, vendendone a beceri berlinesi incomprensibili e a solenni straricchi del Qatar; questo mi vede insegnare in un’istituzione tedesca, con il piacere e l’onore di avere un gruppo di apprendenti che mette assieme (a mero titolo esemplificativo) un giudice, una pastora e una biker.

Quando sono arrivata non potevo permettermi un caffé; adesso il problema è che una birra infrasettimanale è minimo alle 10 di sera – il che mi integra un po’ nella Berlino “che piace”, quella che tanto attira, e che forse contrabilancerà un po’ il quartiere spudoratamente borghese in cui sto per trasferirmi.

Martedì sera camminavo per strada con zaino sulla schiena, borsa in spalla, e uno scatolone contenente altri scatoloni in previsione del prossimo trasloco. Venivo dal negozio, andavo alla scuola. Sembravo una musicista di strada – non una reale, per quanto qui di simili ne abbondino, ma un becero stereotipo che chissà come e da dove si è impresso nel mio cervello adolescente. A quei tempi, ho realizzato martedì sera, sarei voluta diventare visivamente simile a quello che ero in quel momento – i vestiti, la stanchezza e la temperanza, un po’ di cinismo-sarcasmo e comunque, sempre, l’energia di vivere una città variegata. Non so perché volessi diventare proprio quello – non lo ricordo più, come non ricordo che cosa quell’immagine implicasse.

Adesso attraverso con la metro di superficie i quartieri belli di Berlino, diretta dai miei creativi – che direttamente creativi non sono, ma lavorano in ambito creativo e attingono allo stipendio per riempirsi l’armadio di stile. Non sono letteralmente “giovani”, ma lo sono per la posizione che ricoprono e per l’approccio al lavoro e alla vita. Da uno di loro è partito il primo invito a farmi entrare al Berghain senza fare la leggendaria fila per la selezione dai criteri imperscrutabili – una discoteca che è un’istituzione, qui, tra il tempio della techno, il fondo delle droghe sintetiche e promiscuità d’ordinaria amministrazione.

Parliamo di Air Berlin e Alitalia, di vecchietti italiani che giocano a poker su una spiaggia del Baltico. Piove, un temporale di dieci minuti di cui rimangono solo i vestiti fradici delle persone che incontro quando esco. Fa freddo, ora, per la mia giacca da tre euro. Sciolgo i capelli decisamente da lavare e mi dirigo a due cambi in metro.

La quotidianità qui è così variegata da essere pressoché impossibile da riassumere in un quadretto. Cammino tra tedeschi di diverse zone della Germania, bassi e colti, turchi e francesi e spagnoli e siriani e boh, e ragazzini dall’accento britannico inconfondibile, così come la cantilena spagnola. Il mio inglese si è imbarbarito, prendendo l’accento tedesco; il mio italiano, salvo da escursioni sonore, si è imbarbarito in altri sensi, perdendo parole per strada, sostituite dall’inglese e dal tedesco; il mio tedesco continua a suonare francese.

Non ho un sunto, non una morale. Di sera leggo e cerco stralci di idee superiori in libri e saggi pescati dalla vecchia vita o trovati in quella nuova. Ne trovo, a volte, ma applicabili a cose così astratte da saperle raramente tradurre nel quotidiano. Rimangono, taciute, come molte cose che ho smesso di raccontare. Perché sono troppe. E si moltiplicano interlacciandosi. E, quando così tante cose si accumulano, suppongo, bisogna scegliere se viverle o parlarne. C’è una consapevole rinuncia, e anche questo si infila nel magma di fili colorati – che non è per niente, proprio per niente, male.»

C’è stato un periodo in cui l’ho cresciuta, ora lei cresce me.

JUNI


Avrei dovuto capirlo da sola, dalle volte in cui dicevo e mi dicevo: “No, prima del 2023 no!”
Perché quel dirlo era un tentativo di convincimento a non far caxxate. Poi ci si mette il destino con una bassottina dal nome Eos, un negozio di articoli di animali, il Pet Queen di Lecco e ora mi ritrovo a vivere con Juni:

Juni ha quasi 11 anni. E’ un cane diversamente giovane. Con un passato diversamente bello.

Juni è un Cavalier King, ma di regale negli ultimi anni ha avuto poco.

Juni gli ultimi tre anni della sua vita li ha trascorsi su un terrazzino.

Juni una volta era di una coppia, che ha deciso di separarsi, e ha deciso che nessuno dei due voleva il cane.

Juni volevano sopprimerla, “Io non la voglio, te non la vuoi, tanto ormai è vecchia, sopprimiamola” (e pensare che si separavano perché non andavano d’accordo e su questa cosa invece, sì. Dovreste rimettervi insieme sapete!? Vi meritate a vicenda).

Juni in qualche modo è stata salvata, non è finita in un canile, ma a novembre è giunta in un “posto” dal quale l’ho presa ieri in tarda mattinata. Dove non era più desiderata.

Juni l’ho portata subito dal veterinario, anzi la veterinaria, Alessia Maffioli, bravissima (Clinica Veterinaria di Lecco, uniscono amore e professionalità insieme, un binomio da paura per curare gli animali).

Juni dentro l’orecchio destro è in uno stato pietoso. Pieno di batteri che le hanno causato, le causano, pus, problemi e la fanno puzzare tantissimo. Il sinistro non è chiaro come sia messo. Ora siamo in attesa del referto per capire di preciso quale batterio è, così oltre agli antibiotici da mettere in loco, si sa quale dargli per bocca, e farla finalmente guarire.

Juni ha anche un pò di cataratta.

Juni è incontinente, ma questo nessuno me l’aveva detto, nonostante io avessi chiesto che problemi avesse. Ora, potrei anche sbagliarmi, ma i casi son due, o erano in malafede nel non dirmelo, o non curavano il cane. Non ti puoi non accorgere di questa cosa a questo livello. Ma questo mio dire è solo una constatazione, tanto vendono i pannolini per cane. Lei dove era prima non torna più!

Juni è pigra, mi hanno detto, ma non è vero, le piace stare in giro e muoversi. Certo ha 11 anni e per un cane che ha una vita media che va dai 9 ai 14 anni, è normale stancarsi prima. Vorrei veder loro a 65 far la corsa a ostacoli e non esser stanchi dopo.

Juni sta per i fatti suoi, mi hanno detto, ma non è vero, le piace interagire e le piace tantissimo starti vicino, anche se dorme.

Juni, dalla veterinaria, abbiamo dovuto quasi tosarla, tanto era pieni di nodi e “petole” sul mantello.

Juni sabato prossimo ha già l’appuntamento per la tolettattura e diventare ancora più bella di come è.

Juni è dolce, coccolona, docile, affettuosa, va d’accordo con tutti, umani, cani, gatti, con tutti. Tenerezza è il suo secondo nome.

Juni non ha problemi con i miei sei gatti di casa, son loro che la guardano da lontano, della serie “E’ mo’ tu chi sei, nemico o amico!?”

Juni da ieri pomeriggio si allarma se mi allontano. Ora è con me in ufficio (non potevo lasciarla in balia di sei gatti dopo meno di 24 ore dal suo ingresso in casa. Casa che, sappiatelo, lei già considera “casa sua“).

Juni è un cane di razza, e io mai avrei pensato di averne uno. Ho sempre preferito i “bastardi” perché unici nella loro imperfezione, ma Juni mi ha fatto capire che l’unica razza che conta è quella dell’anima, e che gli unici bastardi (veri) sono una parte degli esseri umani.

Se state per dirmi ma che brava che sei, non fatelo, non sono brava. Juni è arrivata nella mia vita per farmi capire qualcosa, quindi brava lei che per arrivare a me ha passato quello che ha passato.

Se vi chiedete cosa mi doveva far capire Juni, di primo acchitto mi viene “Per ogni problema c’è la soluzione, quindi non è un problema, devi solo guardarlo da un punto di vista diverso, e ciò che pensavi problema diventa opportunità“.
Juni è una cana anziana e saggia.

Qua sotto una piccola carrellata delle foto fatte ieri. dove c’è lei è una parte dei miei amori pelosi nei primi tentativi di avvicinamento.
(cliccate sulle foto per ingrandirle)

EMAIL


Capita una mattina che ti ritrovi in una vecchia casella postale.  Vecchia, tipo guerre puniche, che non usi da anni e mentre fai pulizia, ti leggi a ritroso.

Ti ritrovi lì, diversa seppur uguale. Ti fai tenerezza, perché loro non lo sapevano, guardavano gli anni fuori e non dentro dove eri cucciola. Loro vedevano una donna “esperta” (o lo volevano vedere) ma tu eri come una adolescente ingenua e come tale amavi. Amavi come solo nell’adolescenza si può amare. Immaturamente a discapito di se stessi, ma con un’intensità che si rimpiangerà per tutti gli anni a venire.

Ti leggi nelle righe mandate alle amiche, agli amici, a vecchi blogger, a “spasimanti” che ci provavano senza speranza. Ti leggi in quel conoscersi attraverso le parole con le distanze di mezzo, quando non c’era whatsapp e facebook era un piccolo bimbo ai suoi primi vagiti.

Ti leggi. Quello è il passato, tu sei quella ma non sei più la stessa. Ora sei grande fuori e grande dentro, forse ancora un pò ingenua, e non sai se sia un bene. Non sai se sia un bene esser diventata grande dentro o esser rimasta ancora un pò ingenua.

Ti leggi e cancelli, ma prima qualcosa lo porti qua, in ordine sparso, a memoria di te, di un periodo in cui eri l’embrione di quello che sei oggi.

«Il mio primo capodanno da sola l’ho fatto a 15 anni per un bidone degli “amici” che non mi hanno neppure avvisato…. quello è stato brutto, non per averlo passato da sola, ma per la mancanza di rispetto verso me, anche se allora non riuscivo a mettere giù le parole giuste come ora, sapevo che era brutto quello che mi avevano fatto… ma non riuscivo a spiegarmi. Poi gli ultimi quattro anni li ho passati in mezzo alla gente… piangendo (senza farmi vedere chiaramente) grazie al caro (omissis). Non è lo stare in mezzo alle persone che ti fa sentire meno sola»

«I semi son fatti per essere piantati, e bisogna aspettare che trovino la forza e l’energia per bucare il terreno. E che tutti (io compresa) soffriamo della sindrome dell’impazienza. Hai mai fatto caso che più osservi se il tempo passa, meno passa? Anzi sembra che quasi si fermi e rallenti. Ci sono cose dentro di noi che funzionano allo stesso modo»

«Ma ho dovuto ancora una volta difendermi da lui, e ogni volta che accade io ne rimango svuotata senza energia. Non ha “pietà” vede solo lui e il suo, è incapace di non farmi del male, anche se non vorrebbe»

«Sono una donna che a vivere ci prova…. provo a combattere, non è detto che vinca, ma non è detto neppure che perda»

«Quando un uomo mi dice fidati, ho imparato a diffidare»

«Perché strano essere fedeli e sensuali? Sensualità non vuol dire troiaggine.
La sensualità è una cosa ben diversa, che fa parte di te come il colore dei capelli, e non devi per forza scopare ad ogni occasione piacevole che capita per esserlo. Sensuale è il fondersi del corpo con lo spirito, dell’anima con la carne. Per me c’è una grande differenza tra sensuale e sessuale»

Ti leggi, questa eri tu undici anni fa.
Mi leggo, questa sono io, le mie radici.