IL PENSATOIO


Primo giro da sole, io e lei. Annusata, toccata, respirata. Piccola, non nuova ma l’ho amata subito. Dopo anni finalmente una cosa mia. La mia auto. Quella sera lì, con quel giro, io e lei da sole, è nato il pensatoio.
Non avevo un mio spazio in casa in cui potessi rilassare il viso e far si che quello che avevo dentro potesse risalire al volto. Nel pensatoio potevo.
Nel tempo l’auto è cambiata, ma il luogo sacro del pensiero è rimasto quello.

Da buona segaiola mentale quale sono, avere una ripartizione del cervello impegnata in una funzione logica e ripetitiva quale: “controlla la strada, metti la marcia, frena, riparti, svolta, metti la freccia, sorpassa, rallenta” faceva si che la mia testolina non andasse in tilt per overdose di pensieri.
In quel modo riuscivo a focalizzare correttamente, usare neuroni, sinapsi e condirle di emozioni quel tanto che basta. Grandi pensieri e filosofie le ho sviluppate con un occhio allo specchietto e uno al problema che avevo in quel momento.

Il mio pensatoio, è stato per alcuni anni, anche il mio piangitoio. Era l’unico posto dove potevo farlo. La sera al ritorno da un semplice caffè con le amiche, la notte dopo un’uscita in compagnia o all’alba dopo la discoteca, parcheggiavo sotto casa e non scendevo, mi bloccavo lì. Poi accadeva piangevo e picchiavo a palmi aperti il volante. Rabbia e dolore. Piangevo un dolore da cui non riuscivo a uscire.
Ho smesso di piangere.

photo by Leszek Bujnowski

Post come questo, otto volte su dieci, nascono mentre guido. Questo di oggi in particolare è nato dall’essermi resa conto che ultimamente quando entro nel mio pensatoio attuale dopo poche centinaia di metri mi parte la riflessione: “Ma se invece di andare al lavoro (o a casa, mercato o comunque “dovere”) andassi a fare un giro? Se mi prendessi un giorno, due, un’ora, una settimana, se mi prendessi la mia vita e me ne andassi via da qua?”
Chiaramente, poichè sto scrivendolo questo post, non me ne sono andata. Sospiro, il senso di responsabilità mi porta in ufficio (casa, mercato o comunque “dovere”).

Questo istinto alla fuga è presente, tantissimo. Viene fuori sempre nel mio pensatoio perché è qui che finalmente, mentre mi distraggo alla guida, trova uno spiraglio per uscire. Esco dall’auto e cala la saracinesca. L’istinto alla fuga ritorna nella scatola e il quotidiano mi separa dai sogni.

Vorrei andarmene, ricominciare tutto daccapo da un’altra parte. Vorrei vita nella mia vita. Vorrei che la curiosità fosse ancora la mia molla di conoscenza. Vorrei provare emozioni che non sento più neppure empaticamente.
Qui mi sembra di affondare nelle sabbie mobili. Lentamente e inesorabilmente mi sembra di scivolare verso il basso. Più mi muovo nel tentativo di uscirne, più il peso mi fa affondare.
Mi domando se è il “fuori” che ormai ha invaso così tanto il mio “dentro” o semplicemente è il mio “dentro” che comincia la sua agonia.

Quest’ultimo pensiero lo sto facendo fuori dal mio pensatoio, fossi lì, sarei meno cupa, perché penserai alla soluzione e non al problema. Perché io lo so, la vita è un viaggio, ed io ho paura di muovermi.
photo by Leszek Bujnowski

Concludo alla Adam Kadmon (serietà portami via). Il fatto che una poesia di Martha Medeiros sia “arrivata” a me un minuto prima di chiudere il post è solo una coincidenza? Non credo 😉

Lentamente muore
chi diventa schiavo dell’abitudine,
ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi,
chi non cambia la marcia,
chi non rischia e cambia colore dei vestiti,
chi non parla a chi non conosce.

Muore lentamente chi evita una passione,
chi preferisce il nero su bianco
e i puntini sulle “i”
piuttosto che un insieme di emozioni,
proprio quelle che fanno brillare gli occhi,
quelle che fanno di uno sbadiglio un sorriso,
quelle che fanno battere il cuore
davanti all’errore e ai sentimenti.

Lentamente muore
chi non capovolge il tavolo,
chi è infelice sul lavoro,
chi non rischia la certezza per l’incertezza per inseguire un sogno,
chi non si permette almeno una volta nella vita, di fuggire ai consigli sensati.

Lentamente muore chi non viaggia,
chi non legge,
chi non ascolta musica,
chi non trova grazia in se stesso.

Muore lentamente chi distrugge l’amor proprio,
chi non si lascia aiutare
chi passa i giorni a lamentarsi
della propria sfortuna o della pioggia incessante.

Lentamente muore
chi abbandona un progetto prima di iniziarlo,
chi non fa domande sugli argomenti che non conosce,
chi non risponde quando gli chiedono qualcosa che conosce.

Evitiamo la morte a piccole dosi,
ricordando sempre che essere vivo
richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto di respirare.

CONCORRENZA SLEALE


Come donna di un’età certa ormai sono incalzata da orde di neo 18nni, neo 20enni, neo 30nni, insomma tutte le puelle sotto la mia età. Esse mi soffiano sul collo mentre il loro ormone in crescita prende per il culo la mia cellulite.

Ho inoltre preso atto che il mercato maschile, tra scarti, prodotti difettosi è usato non garantito non copre più la richiesta per almeno il 40%.

L’altra metà del cielo (leggasi maschietti) per me è sempre fonte di domande del tipo “Ma perchè!?” di fronte all’abbinamento di termini assemblati insieme quali “pene e tostapane” “.

Oggi poi i miei occhi veggono in una foto un vecchietto americano appoggiato alla sua auto, un certo Edward Smith “meccanofilo”.

Ed io qua penso, che cazzo di meccanico è un meccanofilo? Scopro così che un “meccanofilo” è termine che indica una persona attratta sessualmente da aerei, treni e automobili. Smith però è un romanticone, non è solo una questione di sesso, perchè dice:  “Amo Vanilla così tanto che se gli dovesse capitare qualcosa mi si spezzerebbe il cuore”.

meccanofilo

Ora non sto neppure a sindacare o a voler sapere in qual guisa consumano il loro rapporto sessuale o non riuscirò più a far benzina senza sentirmi un’attrice porno.  Ma fatemelo dire,  questa è concorrenza sleale! Alle auto non vengono le rughe, i muscoli non cedono e la carrozzeria esterna ci mette un sacco di tempo a degradarsi, e quando ciò accade la manutenzione è veloce e accessibile come prezzo.

Ora oltre al fiato sul collo di tutte le neo puelle, mi sento anche il fiato di un tubo di scappamento.

L’ALLUCE DELL’ANGELO


Ci credevo, ci credevo veramente. Loro vivevano là dentro.
Questo mio credere ha fatto si che i lunghi viaggi in auto non fossero mai così lunghi perchè ero impegnata a cercare prove e verifiche. Ci ho passato ore ad osservale, bambina, sul sedile posteriore con il naso schiacciato sul finestrino e gli occhi all’insù.
Prima o poi, ne ero sicura, qualche angelo avrebbe fatto un passo falso e un piede con tutta la caviglia angiolesca sarebbe sbucato fuori e finalmente io avrei avuto la prova che gli angeli esistono.
Non ho mai visto un piede angiolesco sbucare fuori, neppure un alluce volendo ben vedere, ma sapevo che loro vivevano là dentro in quelle nuvole soffici, bambagiose, paffute.
Quel tipo di nuvola era la casa degli angeli io lo sapevo, loro vivevano là dentro.

cloud

Poi ho smesso di credere.
Ho smesso di credere agli angeli, ho smesso di credere che il bene vince sempre sul male, che i buoni sorridono e i cattivi piangono, ho smesso di credere che se sei onesto gli altri lo saranno con te, ho smesso di credere a un sacco di cose.
Ed io invece vorrei credere, mi manca quella bambina con il naso schiacciato sul finestrino posteriore che cerca le prove dell’esistenza degli angeli.
Mi manca, mi manco, perchè quando credevo l’impossibile ho fatto l’impossibile.

Chissà forse dovrei guardare ancora in alto, strizzare gli occhi e osservare a lungo, dovrei credere di credere che chissà prima o poi un alluce d’angelo sbucherà dalla nuvola.