APPARATI MUSCOLARI


Non voglio più presenza nell’assenza.

Quello storcere il ventricolo sinistro in una smorfia di dolore, che caccio via subito, mi contrae per un attimo.

Parlano di me come una forte come se le persone forti non sentissero dolore. Come se le lame entrassero nella loro carne, nella mia, senza far uscire il sangue.

Pensano io abbia un apparato muscolare atto a sorreggere i pensieri della notte, senza sentirne il peso, mentre la gravità di questo mondo mi inchioda a terra.

Parlano di me a me, come se le lacrime non mi appartenessero, come se l’universo mi avesse creato senza condotti lacrimali.

Eppure è lì, così evidente più fragile sei, più forte devi diventare per sopravvivere.

Io le mie improbabile definizioni di amore, voi e le scuse nascoste dietro quel “Ma tu sei più forte”. Come se uno nascesse così e non fosse una scelta.

Quante cose mi impedisco di fare, quante cose mi impedisco di far vedere, quanti divieti ho messo per essere forte, sapendo che la vera forza sta lì, in  quella apertura senza paura, che ancora non riesco ad avere.

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THE X-FILES BAMBI


Warning: Questo post nasce dalla diatriba nata sulla pubblicità di una merendina italiana, pubblicità che personalmente non ha suscitato nessuna reazione (né positiva, né negativa), ma la diatriba scaturita ha portato alla mente il ricordo di un ricordar un ricordo.

Bambi, il film della Disney visto da bambina, fu per me un trauma. Talmente profondo che, (venni a sapere anni dopo) appena morì la mamma di Bambi, iniziai a piangere. Lo feci per tutto il tempo del film e per le due ore successive all’uscita del cinema. Inconsolabile, l’aggettivo.

Dopodiché feci una cosa che si chiama “rimozione di un ricordo traumatico”. La mente stabilisce che non hai vissuto quella situazione, qualsiasi essa sia, perché il dolore è insormontabile e insopportabile, e tu “dimentichi”.

La “rimozione di un ricordo traumatico” non è effettiva. Il nostro cervello per proteggerci lo manda nell’antro più oscuro della nostra mente, dove noi difficilmente andiamo di nostra volontà, e lì lo deposita. Una specie di X-files de noartri. Io archiviai un X-files di “dolore empatico” in quell’antro.

Oltre trent’anni dopo, mentre guardavo una cassetta con Progenie(*), mi resi conto che intuivo esattamente ciò che sarebbe accaduto nella scena successiva. Non possedendo doti di preveggenza non riuscivo a comprendere come fosse possibile. Non capivo, non avevo mai visto quel film.

Arrivai a chiedere a mia madre se lo avevo visto da piccola. Lei mi rispose di no. Ma quella sensazione deja vu era persistente, tanto che qualche giorno dopo sentendo al telefono mia zia, quella che mi fece da mamma i primi anni di vita, lo richiesi a lei.

Così arrivò in superficie, che si l’avevo visto e che avevo pianto a dirotto per ore, mentre lei raccontava, ricordavo anch’io.

Questa cosa fu sconvolgente per me.
Tutte le certezze del mentale messe in dubbio. Chissà quante cose abbiamo rimosso e non lo sappiamo e non sapremo (a meno di non trovarci davanti a un effetto scatenante). Chissà quante cose abbiamo rimosso e al loro posto abbiamo messo ricordi per noi più accettabili, ma non veri.

Da allora un paio di dubbi mi accompagnano sempre. Il primo: se quello che penso e dico, sia quello veramente accaduto od ho una visione corretta e rivisitata. Il secondo che, che tu, persona (qualsiasi tu sia) quando mi parli, mi racconti quello che è accaduto o mi racconti la favola che ti stai raccontando.

La realtà questa magnifica sconosciuta.

Raccontiamo bugie, omettiamo verità, inconsapevolmente (alcuni, sappiatelo, consapevolmente). Modifichiamo la percezione di noi, degli altri, degli avvenimenti e delle situazioni, e quindi diamo indicazioni sbagliate a noi stessi e agli altri. Poi ci sorprendiamo che le cose non vadano quasi mai come vorremmo. Da presupposti sbagliati, nascono situazione sbagliate.

Ora (chi mi conosce) capite questo mio bisogno costante di arrivare il più possibile vicino alla verità?

(*) Fu il periodo in cui la Disney fece uscire le vhs dei suoi film, quando avendo una MiniProgenie e pensando di fare la brava mamma, le comprai tutte (o quasi) man mano che uscivano. MiniProgenie ed io le guardavamo insieme, così vedevamo le fiabe, le fiabe belle…

Progenie ti prego, perdono, se oltre ai traumi del “Ti devo parlare” con cui ho minato la tua adolescenza, ti ho esposto all’omicidio della mamma di Bambi, alla morte traumatica del padre del Re Leone, al cacciatore che espianta cuori di Biancaneve. Non ne ero consapevole.

VITI


C’è stato un tempo lontano in cui ho pianto moltissimo, non scherzo. Su sette giorni, cinque piangevo. Piangevo nei momenti in cui ero sola. In bagno la mattina in silenzio. In auto la notte, senza contenermi, al rientro di ore folli.

Rubavo spazi vuoti in cui far uscire il mio dolore, senza che nessuno lo vedesse, senza nessuno che mi potesse chiedere: “Che hai? Perché piangi?”. Del mio dolore mi vergognavo. Si lo so, pare assurdo a pensarci adesso, qualcuno mi feriva, ma mi vergognavo io.

Mi vergognavo dal non impedire che accadesse. Non impedivo che questo dolore mi penetrasse come una vite nel legno dolce.

Chi mi guardava esternamente, non notava nulla anzi, più dolore avevo, più ridevo e scherzavo. Sempre pronta a far festa e divertirmi, ma era una copertura. A pensarci bene, i periodi più dolorosi della mia vita, sono stati quelli in cui ho fatto più caciara, più rumore, più confusione. Son stati i periodi che ero sempre in mezzo alla gente ridevo e riempivo la mia vita e l’altrui di “movida”, perché in fondo stavo cercando di coprire il rumore assordante del dolore, il mio.

Poi ho capito e ho cercato il silenzio.
Del resto gli animali feriti non si celano nella loro tana? Nel silenzio e nella solitudine? Peccato che le persone ne abbiano così timore. Io non più, loro mi hanno regalato tantissimo, mi hanno regalato me stessa.

EVOLUZIONE


«Sono purtroppo refrattaria all’essere consolata (mano sulla spalla, parole dolci, contrita pazienza e com-patimento – una serie di cose che mi fanno stringere lo stomaco più dalla rabbia che dalla sofferenza, e non fate a casa quello che leggete qui), e a quanto pare o esprimo sofferenza o parlo.
Se esprimo sofferenza, non riesco a parlare.
Se parlo, non riesco a esprimere sofferenza. (E’ il motivo per cui, fun fact, alcune persone parlano con estremo distacco di avvenimenti atroci a loro appena accaduti: non è psicopatia – o, almeno, non per tutti.)
Se scrivo, invece, riesco a esprimere sofferenza – e viceversa.
E va espressa, questa sofferenza. Non vogliamo i tic e le paranoie, giusto?»

La leggo, la penso, la vedo, la sento e la “guardo”. Mi stempero nei sorrisi incondizionati. In Progenie mi rivedo in alcune cose e il sorriso nasce dal fatto che, si lo so, lei è una versione modificata e migliorata delll’evoluzione umana.

epigenetics-by-matt-forsythe

DIANA


Poi un giorno capisci che le radici non servono ad ancorarti al terreno, non servono a tenere piedi e testa a terra. Le radici servono a trattenere il cuore, quando si frantuma, come le radici trattengono la terra. E’ il giorno in cui non sai se il dolore fisico che senti agli occhi è dovuto al piangere troppo o al trattenere troppo le lacrime.

Diana ha raggiunto Micio in quel mondo parallelo in cui le anime che sono famiglia si ritrovano e dove aspettano la famiglia terrena.

Ciao Diana
diana

STANDING ROCK RISING


C’è stato un certo punto, da piccola, molto piccola, mentre guardavo i film in bianco e nero, nonostante John Wayne e molto prima di Dustin Hoffaman, in cui ho cominciato a parteggiare per loro. L’istinto mi diceva che non era andata proprio come Wayne attore suggeriva.
Credo sia iniziato allora il mio parteggiar con le minoranze. Quando si giocava a “cowboy e indiani”, io volevo sempre far l’indiano. Poi ho visto “Il piccolo grande uomo” e quello che avevo insito in me come percezione è esplosa come certezza nella mente.

Oggi, a distanza di anni e anni, parteggio ancora per loro, perché hanno combattuto, stanno combattendo, anche per noi.

Mi ritrovo dalla parte di una minoranza in un mondo che pensa con una lungimiranza pari a -2 e non riesce a capire l’importanza del suolo che calpesta.  Tutto ciò in nome di un demone chiamato denaro, che si traveste con la tunica “progresso”. Tunica che si strapperà appena avrà ottenuto il controllo assoluto.

In un mondo dove la gente si insulta e odia, io sto con la gente che ama e prega.

Foverer standing with you

forever-standing-the-last-day-of-oceti-sakowin-camp-credits-redhawk

Standing Rock Indian Reservation

Dakota Access Pipeline protests

Facebook Standing Rock Rising

PIEDI


Ogni passo che ho fatto per esser quello che sono, lo so ti pare sia stato leggero, ma ho percepito ogni singolo sasso. Posso dirti quanti erano aguzzi e quanti tondi, quelli levigati dal mare e quelli appena nati da una roccia. Vi sono spine che ancora oggi, son rimaste lì prigioniere, tra carne e pelle, a ricordarmi di certi sentieri.

Avevo piedi morbidi e pelle rosea. Muovermi sui terreni non è stato facile. Per sopravvivere ho ispessito a tal punto la pelle che ad un certo punto non ho sentito più niente, neppure il soffice prato o il duttile terreno. Non sentivo il dolore, ma neppure il piacere della rugiada o il tepore del selciato battuto del sole. Non sentivo più.

E’ stato a quel punto che ho dovuto scegliere.
Sentire o non sentire. Respirare o soffocare. Nuotare o affondare.

Se sono qui, è perché ho scelto il cammino, la scelta è stata quella del vivere, anche se ogni tanto mi ritraggo. Ed è per questo, anche se ancora oggi, nel mio camminare mi sanguinano i piedi, stringo i denti e vado avanti, ancora un pochino, solo un pochino, ancora un pò. So che per ogni sasso aguzzo che percepisco ci sono milioni di fili d’erba ad attendermi.

Guardi alle mie sicurezze come a una caramella pescata distrattamente da un barattolo di un raffinato negozio di dolciumi, ma esse affondano radici che mi hanno trapassato la pelle per radicarsi in questo mondo.
piedi