DNA


E non lo so perché, per come e per dove.
E non so neppure come mai, quando e se.

Quando ti ho domandato, dove mi sentivi nella carne, io lo sapevo già che la tua carne l’avevo penetrata. Ero partita da lontano, dalla mente e il cuore lo avevo attraversato. Lo percepivo perché la mia carne risuonava con la tua. Non sapevo dove mi ero accoccolata e dove tu mi avevi accettata. Per quello ti ho chiesto. “Chiudi gli occhi, pensami, dove mi hai messo nella carne?”

La tua risposta, mi ha sorpreso, mi hai messo nel posto più bello che potevo pensare. Nella pancia. Nel secondo cervello. Nel luogo ove la quasi totalità della serotonina si produce. Dove i neuroni prendono le emozioni, e come mulinelli, le legano alla carne di questa vita.

Nella pancia dove non c’è il cuore, dove non c’è la testa. Ma c’è il cuore e la testa fusi insieme, a creare qualcosa di unico e straordinario.

Nella pancia. Avrei dovuto saperlo da sola, perché se mi ascolto, se cerco di capire da dove nasce il respiro che a volte riesci a strapparmi, da li nasce. Dalla pancia, e mentre risale, mentre anche tu mi attraversi il cuore in quel respiro e risali alla testa, mi perdo.

Il dna dell’universo di cui siamo fatti, una doppia catena, siamo noi, s’interseca in noi. Dna spirituale, io che scendo e tu che sali, a formar la doppia spirale continua, carne e mente, che affondano uno nell’altro.

E non lo so perché, per come e per dove.
E non so neppure come mai, quando e se.
Vorrei sapere da dove, verso cosa, e da quando.

Poi socchiudo gli occhi
Ti sento nella carne
Mi senti nella carne
Ti sento che mi senti
Mi senti che ti sento
Basta questo

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ABBRACCIO


Ho dovuto fidarmi delle persone errate per fidarmi di quelle giuste.
Ho dovuto capire il silenzio per apprendere a parlare.
Ho dovuto perdermi per ritrovarmi.
Ho dovuto amare la persona sbagliata per cercare quella giusta.
Ho dovuto dovere per comprendere che non devo niente.

Ho avuto una mente in lotta con il cuore per così tanto tempo.
Quando, si sono abbracciate in un atto d’amore e fusione definitivo, illuminate dal chiarore di una luna che sbirciava da un’alta finestra, io mi son sciolta in mezzo a loro felice.

Quella notte ho compreso la dualità che combacia e unisce.
La mente è fredda, e tale deve esser a equilibrare un cuore che brucia ogni cosa al suo passaggio. In quell’equilibrio viviamo noi umani, in quell’abbraccio impariamo ad amarci, e nel farlo apprendiamo anche l’amore per chi “noi” non è.

fire

Avvolta da quel tepore, ho scoperto che se non ci amiamo noi, neppure gli altri lo faranno.

GRADI DI SEPARAZIONE INTERIORE


La verità e che a volte percepisco così tanto il fuori da me, da non scinderlo più da me.

Nel silenzio mi osservo a cercare la linea dove inizio io e dove inizia l’altro, ma nella vita linee nette non esistono.

Spesso ho invidiato chi attraversava la vita con piglio deciso e sicuro, incurante di ciò che accadeva negli universi accanto a lui, o di cosa abbia procurato agli altri mondi il suo muoversi.

Il mio sentir gli aliti di vento, il mio camminar tentennante, la sensazione della piuma o della lama sulla pelle, i miei dubbi, che mi hanno vestito anche quando il mio passo sembrava sicuro, me lo ha impedito.
Ho provato a sentir di meno, a cercar sollievo nell’assenza, ma se escludo gli altri, escludo anche me stessa. E diventa un viver senza sentirsi, consapevole di ciò, e per questo straziante.

Mi son addormentata zampa nella mano, al suono di campane tibetane, cerco sollievo nel sonno e nei sogni, ottengo solo di scendere più in profondità. Al mattino quando risalgo è lì.
Forse tra qualche ora sarà sciolta, come la bruma del mattino con il sole, ma al momento avvolge la mia gola come sciarpa troppo stretta. E’ il silenzio la mia arma e lo scrivere il mio rifugio.

Del resto ci è stata data la vita, ma non ci è stato detto che sarebbe stato facile.