FLUIDA


I miei pensieri volano come rondini ai primi freddi. Cercano posti caldi dove adagiarsi e riprodursi.

Tengo stretto a me il cuore. Non per avarizia, non per paura, ma nella ricerca di chi lo tiene allo stesso modo, in attesa di donarlo a me.

Emozioni come gatti acciambellati accanto al fuoco del camino. Aspettano di sciogliersi con il calore.

Sospiro a riempire l’aria di me.

Mi ascolto il petto nel mio librarmi, cadere, per poi riprovare ancora il volo.

Chiudo leggeri gli occhi a vedere, dietro le palpebre, le immagini dei miei sogni fatti colore.

Le mille me si siedono ai bordi del fiume, muovono le dita dei piedi nell’acqua, a percepire il suo parlare tra vibrazioni e carezze. Divento fluida insieme a lui.

Io sono anche questo.

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(A)MICI


Loki è il primo, si infila sotto il piumone e si accomoda a palla sulla curva della mia pancia, mentre son rannicchiata di lato. Poco dopo arriva Morgana che fa la stessa cosa ma sulla curva delle gambe. Entrambi allungano le zampe a toccarmi, ed io sorrido ancora ad occhi chiusi e raggomitolata.

Di Smilla neppure mi accorgo, è talmente leggera e silenziosa, appoggiata, mentre dorme, con la testolina sui piedi. Se non fosse per Moka, goffo e rumoroso (come al solito) che saltando sopra il letto per farsi far la grattatina di pancia, la fa sobbalzare.

Apro un occhio per guardare, giusto il tempo per accorgermi che Athena è alla mia sinistra sdraiata, all’altezza della mia testa, al posto del cuscino. A lei il soffice del piumone non piace.

E mi gusto il momento, la sveglia suona, ma ad alzarmi neppure ci penso. Ancora cinque minuti e poi mi alzo. Chissà dove è Sophie, di solito arriva a far fusa e a togliermi del tutto la voglia di alzarmi. Stamattina non arriva.

Dopo un quarto d’ora ce la faccio a rotolare verso il bagno. Appena mi siedo sulla tavoletta arriva Sophie, con la coda a scoiattolo. Vuole venire in braccio. Da qualche giorno tra lei, me e la tavoletta del cesso è scoppiato l’amore. Appena mi siedo, lei arriva felice, vuol venire in braccio, si fa tenere come un bambino di pochi mesi e comincia a far le fusa.
Con le zampette mi attira il volto al suo, mi da una leccatina al naso e ricomincia con le fusa, tenendomi per dei minuti seduta lì. Se non fosse che son seduta sul cesso, sarebbe una scena di una tenerezza immensa.

Poi ci penso, ma è una scena di una tenerezza immensa anche sul cesso, io e lei così, gli altri che arrivano, lei che mi impedisce di alzarmi perché che fai, smetti di farla così felice? E quindi si rimane seduti sul cesso così. Si è una scena di una tenerezza estrema, solo che è una tenerezza che fa ridere.

Io vi amo, nonostante il divano rovinato, gli angoli del letto demoliti, le lenzuola strappate, i vestiti con i fili tirati, l’impossibilità di metter calze che abbiano una vita superiore ai tre secondi, nonostante il fatto di avere la certezza che in ogni vestito si nascondono almeno dieci peli di gatto.
Io vi amo (a)mici miei.

COSINA


Stamattina l’ho sognata. Ma era un sogno? Ero in quella fase in cui sei sveglia ma non ancora caduta in questo mondo.

Era acciambellata, vicino alla mia pancia mentre ero, a mia volta, acciambellata di lato. Riuscivo perfino a sentire la consistenza fisica della sua presenza, il mio braccio ad avvolgerla, per poi rendermi conto che non era possibile, ma sentirla lo stesso.
Ed è allora che è esploso il dolore, quello che quando uno è vigile, controlla sempre, modula, gestisce. Quello di avere la certezza di non poterla più sentire, toccare, annusare e abbracciare in questa vita. Mi son piegata in due, rannicchiata a volerlo contenere. E son fuggita in un sogno. A stemperare un vuoto che con i pensieri non riuscivo a colmare.

Mi son ritrovata nella mia stanza. Un monolite grezzo, nero, lucido, appuntito, tipo Stonehenge, faceva parte della mia camera da letto. Si era spezzato e aveva preso altra forma, una L, alzata da terra.
Ho sognato quella stessa stanza, invecchiata, in cui si vedevano alle pareti i rimasugli di scotch adesivo, fogli appesi ormai spariti, che rammentavano un lontano passato staccato e chissà dove, ormai, volato via.
Pensavo che avrei dovuto ridipingere e cercavo aiuto per incollare il monolite e riportarlo alla sua vecchia forma.

Pochi minuti di sogno ed è arrivata l’orda felina.
La piccola Sophie che cerca carezze e dispensa fusa mentre si infila sotto il piumone, tra braccio e collo. Loki in paziente attesa sul comodino ad osservarmi da vicino. Moka cui pesa far il maschio forte perché “oh io son maschio coccoloso, dai impastami la pancia”, si adagia al mio fianco. Atena, signora Alpha di casa, nume tutelare, mi sorride con gli occhi e con la coda ritta. Smilla la paurosa si mette in fondo al letto e Morgana controlla da lontano.

Sono donna fortunata, fusa e amore come cascate, che noi al Niagara ci facciamo le pernacchie, ma Lei manca lo stesso, molto più di quanto avessi mai potuto immaginare.

I cromosomi della mia anima si sono intrecciati con i suoi.

SOPHIE


Sophie
Sophie-2016-11-01
Dopo cinque giorni di antibiotici per bocca.
Dopo cinque giorni di collirio antibiotico.
Dopo cinque giorni d’amore umano e felino.
Sophie-2016-11-07La differenza nella vita la facciamo noi.
Sicuramente nella nostra.
A volte anche in quella altrui.

Lei si chiama Sophie, non arriva a tre mesi di vita. E’ stata fonte di sofferta decisione da parte mia, dopo averla raccolta il primo novembre. Poi pancia e testa, si son sedute tranquille a parlare, infine hanno deciso insieme. Sophie ora è il “mio” settimo gatto.

Io credo di aver fatto differenza nella sua, ma credo che lei, ora, la stia facendo nella mia.

BISTROT


Ogni giorno entrerei in quel bistrot.

Porterei i miei cinque gatti e i libri e le parole da stendere come tovagliette americane sui tavolini.

Mi siederei su quella sedia, vicino al vetro, dove la luce inonda, la cagnolina al fianco e la tazza di caffè sul tavolino.
Photo by Youngdoo

Potrei leggere le rughe della gente e dir loro che futuro avranno

Che se ci pensi bene anche le zingare leggono le rughe, ma quelle delle mani.
Io leggo quelle del volto, perché l’anima è più vicina agli occhi che alle unghie.

Le persone si siederebbero di fronte a me senza dire nulla.
Alzerei lo sguardo dal libro e leggerei loro.

In ogni ruga adagiata, vedrei le notti, i cieli stellati, i pianti, i dolori, le risate allegre nei giorni che furono, le gioie sopite e il tormento che si portano ancora oggi, e poi, nei solchi della pelle, come nei terreni arati, i semi del futuro.

Poi un giorno, alzerò lo sguardo e ti vedrò seduto di fronte a me.
Vedrò le tue rughe che combaciano perfettamente con le mie.
Le seguirò lentamente con le dita per scoprire che, alcune delle mie, mi son servite per arrivare a te.

Nel mentre ci osserveremo, sui nostri visi le rughe cambieranno, si intreccerrano, come le nostre mani, a formare un nuovo disegno.

Nei solchi i semi di un futuro. Il nostro.

hands

 

Una grattatina particolare va a un altro Micione, oltre ai cinque sopra citati. Questo mio miniscritto (non manoscritto, anche se le mani alla fine ci sono) è nato dal fatto che lui, da buon gatto, mi porta sempre in un mondo fatto di poesia e ironia. Io in quel mondo mi trovo a casa e mi perdo nei miei sogni.
Il suo bistrot mi ha fatto volare alto.

BLUE HOPE


deviantart by pascalcampion

Ci son momenti in cui ti siedi, osservi il mondo.
Stai lì in disparte, con i tuoi gatti, sorseggi tazze di kukicha e aspetti.
C’è nell’attesa qualcosa di dolce, la speranza non ancora disillusa che tiene accesso il focolare del fare.

Non hai voglia di palcoscenici eppure non sei capace di non salirci sopra.
Ti ritrai come lumaca sfiorata, ma rispunti fuori alla prima risata.
Un istinto confuso di porta a volere per poi non volere.

I tuoi sogni alle spalle ti mancano.
Scruti l’orizzonte sperando ricompaiano o che ne sorgano di nuovi.
Cerchi ispirazione in ogni lieve movimento intorno a te.
Sospiri lieve nell’attesa.

In fondo, in questo preciso momento, in questo esatto stato d’animo, in questo silenzio colorato di blu, la speranza si tinge dello stesso colore, e l’attesa diventa oasi di pace in cui adagiare l’anima.

IO LI PREFERISCO BASTARDI


Io li ho sempre preferiti bastardi.
No, non sto parlando degli uomini, anche se, a onor del vero, in questo campo, (nel senso negativo) sono stata davvero brava nel trovarli.
Mi riferisco a quelli che io chiamo “amici pelosi”. Insomma una parte di quella varietà di muscoli e cuore che scalda il mio.

Il motivo è semplice, per me ogni vita è unica ed ha in se una sorpresa. Ogni vita contiene quel qualcosa di particolare che è solo suo e la rende speciale.

I cloni li lasciamo a quelli senza fantasia e a quelli che se non controllano le vite altrui stanno male. Forse per questo mio modo di pensare non comprendo molto questo giocare a fare Dio. Fossimo almeno bravi e invece no, nel gioco di ruolo “Sono Dio” combiniamo disastri.
Non ne siete convinti? Bé guardate qualche esempio di cosa son riusciti a combinare in poco più di cento anni.

Il bull terrier era bel cane, bel muso, bel corpo delineato. Ora mi domando a quale razza aliena appartenga; ah dimenticavo ora di base ha anche tre denti in più.

Con il pastore tedesco sono stati di un’intellighenzia paurosa nel “migliorare” la specie. Oltre alle note problematiche fisiche che questi cani hanno man mano che invecchiano. Aggiungete che ora il pastore tedesco può correre la metà di quanto correva una volta.

Si è proprio lui, quello della borraccia sotto il collo, quello che ci salva con del buon alcol, il San Bernardo, quello amato dai bambini.
Ebbene son riusciti con gli incroci a modificarlo. Muso più grande, aumento della pelle in eccesso. In compenso ora i San Bernardo soffrono di emofilia, problemi di vista, tumore maligno delle ossa e di una forma di paralisi.

Si io li preferisco bastardi, perché bastardi non sono. Quelli che incrocio nella vita ed entrano a far parte della mia come io della loro. Si amo i “bastardi non bastardi”, sono veri, sono magnifici, sono speciali, sono unici, con o senza pelo che siano.

La vita è un’avventura ricca di sorprese, non uno stampo industriale che sforma cliché tutti uguali; se così non fosse, non avrei anche questo casotto di colori che mi scalda il cuore ogni giorno.

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