RADICI


Ho avuto due madri. Due radici che hanno fatto di me quella che sono.
radici

Ho avuto una radice biologica, mia madre, che mi ha dato un corpo sano, amore nel ventre, mi ha nutrito, ha rinunciato a lei per dare a me. Fino all’ultimo.
Mi ha insegnato il dovere, la responsabilità, la libertà, l’orgoglio e la tenacia.
Poi dieci anni fa un settembre, questa radice, si è trasmutata in altro.

Ho avuto una radice d’anima, mia mamma, che mi ha cresciuto da quando avevo un anno ai quattro. L’imprinting alla Konrad Lorenz me lo ha dato lei.
Il mio amore per gli animali, per la natura, per gli alberi, la forma del mio cuore, il mio comprendere, il mio percepire, il mio amare, lo devo a lei.
Oggi questa radice si è trasmutata in altro.

Ho radici profonde nate da me, cresciute in profondità, mi hanno ancorato a questa terra, son salda e forte, per tutto il tempo che dovrò starci. Però oggi ho perso la mia seconda radice madre.

Che il viaggio ti sia leggero e che la luce ti avvolga in un abbraccio.
Ciao Mamma

TRIESTE, MON AMOUR ICH LIEBE DICH FOREVER


Ho memoria di te nonostante gli anni e la patina di polvere che questi depositano. Chiudo gli occhi per pochi secondi e il cuore si apre dischiudendo immagini. Risalgono attraverso le arterie alla superficie, la mente si riempie di loro.

Vicolo San Giacono.
Gli gnocchi di patate della zia.
Lo scappar dalla puntura “per favore non farmela” e nascondersi sotto il letto piangendo.
I giochi nei vicoli, le vecchiette con un occhio alla maglia e un occhio a te, controllano che tutto vada bene.
Il museo naturale e quei bambini piccoli piccoli mai nati dentro quei barattoli di vetro; l’orso enorme impagliato e il dispiacere nel saperlo morto.
L’odore del mare, Piazza Unità, il vento tra i vestiti, le navi grandissime, mia madre in visita, l’acquario marino e osservar i pinguini a bocca aperta.

Piazza San Giusto.
Il piccolo bar del mattino, dove le donne dopo la spesa facevano quattro ciacole sedute al tavolo.
L’osteria sotto casa con il campo di bocce e l’andar a chiamar lo zio che era pronta la cena.
Il cinema all’aperto guardato dalla finestra di casa, e quando mandata a letto, ascoltato nel buio e nel caldo estivo.
Volere le scarpe con il tacco alto. Quattro anni. Far impazzire mio zio per ore e ore nei negozi a cercarle. Alla fine trovarle. Un centimetro di tacco tutto per me e con quelle scarpe quella notte andarci a dormire.
Il caffè con la panna della torrefazione, dove zia mi permetteva di mangiare la panna sporcata di caffè.
Le salite e le discese della città. La bora e quei lunghi passamano di metallo.
Andar con la zia alla lavanderia a gettoni, allora altrove non esistevano, aspettar che il bucato finisse di lavarsi, mentre zia leggeva i fotoromanzi ed io osservavo quei baci patinati in bianco e nero.
Miramare, il castello bianco da principessa e i suoi cigni.
I bagni al mare, lo stabilimento triestino La Lanterna, le femmine da una parte e gli uomini dall’altra. Alcune donne così prendevano il sole in topless e altre con i bigodini in testa. Quando uscivano abbronzate senza segni con i capelli in ordine, gli uomini le aspettavano. E zio aspettava noi.
Opcina e il suo tram, la grotta gigante e il suo cuore interno alla terra

E poi dopo, ancora piccola, il recidermi. L’avermi strappata a quel mondo, quella terra, a mia zia, per portarmi in questa dove ancora oggi, a volte, mi sento straniera.

I primi anni della mia vita mi ha “cresciuto”  una Signora mitteleuropea, Trieste.
Uno stile tutto suo, particolare e signorile ma dal cuore popolare. Le donne erano già “libere” rispetto ad un’Italia retrò pochi chilometri vicina. Così vicina ai confini da insegnar alla sua gente il valore della vita, del divertimento e del sorriso, il tutto intriso di una profonda cultura. Leggerezza la parola d’ordine, perché oggi ci sei domani non sai.

Occupata dai tedeschi, dagli jugoslavi e infine dagli alleati. Il valore della parola libertà imparato con il proprio sangue.
Uomini di diverse etnie mischiate in te hanno dato alla parola unione un significato diverso, mi hai insegnato che la stirpe è una sola, umana.

Oggi ti rammento, non so neppure io perché, mi rendo conto quanto tu sia presente in me, di quanto parlare di te voglia dire parlare di me e di quello che sono ancora oggi. L’imprinting mentale è il tuo, mi hai predisposto ad esser cittadina del mondo.