OSSIMORI


Ne ero sfuggita, come di solito fuggo da tutte le app, ma poi a mia insaputa (oh mai che a me comprino case vista Colosseo a mia insaputa, ma mi “ciulino” solo foto) hanno preso la mia immagine profilo di whatsapp e me l’hanno inviata modificata da questa app che pare stia spopolando per il globo terracqueo.

Mi sono vista.
Mi sono detta Ommidio.
Ho visto pezzi di mia madre in me.
Ho visto pezzi di mia nonna in me.

E’ stata una sensazione strana. Come se tutte le donne della mia linea genetica femminile fossero lì con me e io fossi loro nel contempo (giuro son sobria e non fumo canne, ammettiamolo, son così naturelle).

Mi son detta: “Preferisco la versione young, ma diverrò la versione old, salvo che non trovi il modo di ringiovanire invecchiando”. Mentre guardavo le due foto insieme, quel pensiero che avanzava: “Di solito aneliamo al nostro futuro, mentre rimpiangiamo il nostro passato“. Gli esseri umani son ossimori fatti carne.

Guardavo le due foto insieme. La percezione di vedermi, ma non ero io, e la sensazione che per gli esseri umani di solito è così. Guardano se stessi, ma non si vedono per quello che sono, e quando osservano fuori, non vedono che le copie altrui. Pochi si raggiungono e si specchiamo per quello che sono e ancor meno hanno la capacità di vedere e riconoscere gli altri.

A volte questo mondo mi sembra un tantino difficile, ma forse è solo venerdì pomeriggio ed è arrivato il momento di affogare i pensieri in un prosecco. Si sa, le bollicine, intrappolano i pensieri, e volando via, li portano altrove.

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MONDO


Rimaniamo ancorati a quello che poteva essere e non è stato, quando in verità dovremmo ringraziare, perché è stato quello che doveva.

Invece no. Ci straziamo a lembi l’anima nello struggimento e nel dolore, impedendoci di librarci. Ci avvolgiamo nei veli pietosi, sottili e impalpabili degli inganni, dimenticando che la menzogna è un vestito di cotone, al primo lavaggio si restringe e ci lascia nudi.

Viviamo accerchiati da paure, per questo ne siamo contagiati, ma non siamo fatti per esser prigionieri, neppure di noi stessi.

E quella domanda di sottofondo sempre presente “Ma il Dio che ride perché mi ha fatto cadere in questo mondo?”

FOTOGRAMMI


Milano è anche questa. Ferma al semaforo lo vedo.


Rovista tra la spazzatura a cercare qualcosa che potrebbe servirgli. E son quasi sicura che ci sarà, lo sa anche lui.

Milano è fatta anche di questo, mi ripeto mentre in maniera quasi inconscia faccio “click”.
Rubo questo scatto, non so perché, mentre un leggero senso di colpa mi lambisce, poi penso “Faccio click su una realtà che esiste, non la creo”.
La mia coscienza interviene “Sicura di non essere tra quelli che la creano?”

Milano è fatta anche di questo, ma non solo di questo, mi dico per consolarmi mentre il semaforo diventa verde e io vado.
Lascio alle mie spalle l’uomo, i sacchetti e la ruera*, mi porto il ricordo e il mio “click”.

Non so neppure perché scrivo questo post, credo mi pesasse l’averla solo dentro quell’immagine. Perché, per rispondere alla mia coscienza, forse io questa realtà non l’ho creata, ma se faccio finta di non vederla, la alimento.

*ruera: termine dialettale milanese per dire immodizia

MAGIA


Ho questo bisogno di magia che mi ha sempre fregato.
Che mi frega ancora.

Ho avuto bisogno di magia perché questo mondo non mi appartiene, o io non appartengo a lui. Così diverso da me, che viverlo, molto spesso diventa una latente sofferenza.
Per avere la capacità di sostarci, ho usato magia e incantesimi su amori, amicizie, politica, persone e situazioni, per poi veder tutti i miei incantesimi dissolversi e spezzarsi. Questo mondo la magia la consuma, se ne nutre e defeca mostruosità.

Ogni volta è più difficile fare nuovi incantesimi, trovare formule e visioni più efficaci, perché questo mondo consuma anche me, e mi lancia il suo incantesimo chiamato disillusione. E’ potente sapete.

Ho questo bisogno di magia che mi ha sempre fregato.
Ho abbellito amori, infiocchettati, pennellati di rosa confetto, di viola intenso e rosso passione, dimenticando che il colore di questa terra è marrone.

Ho questo bisogno di magia che mi ha sempre fregato.
Ho mangiato utopia e politica, credendo che il bene vinca sempre sul male, che gli onesti e i puri contageranno il mondo, che in ognuno di noi ci sia un eroe della Marvel nascosto, che l’umanità non si perda e abbia la spinta a progredire e non regredire.

Ho questo bisogno di magia che mi ha sempre fregato.
Ho creduto alle persone a lungo, alle parole che dicevano, non sapendo che quasi tutta l’umanità mente a se stessa e quindi mente anche a te.
Nonostante ciò io credevo in loro. Tanto da aver fatto credere in loro stessi.
Alcuni che risiedevano nel mio cuore mi mettevano in guardia: “Vedi solo il bello della gente” – “Non farti del male”.
Han provato a tutelarmi, ma per ironia della sorte, son stati i primi a colpirmi a “morte”.

Ho questo bisogno di magia che mi ha sempre fregato.
Ho ancora questa magia dentro, questo è il problema. Questo pianeta non me l’ha del tutto consunta. Provo a lanciar ancora incantesimi, anche se disillusione molti ne ha spezzati e resi inutilizzabili. Ho questa magia dentro che mi tiene ancora ancorata in qualche modo a questo mondo, perché non so, so che averla, a volte mi fa percepire la tensione e il sofferente tenace spasmodico pulsare del mio miocardio.

Ho questa magia dentro, e forse la vera fregatura, sarebbe non averla.

IL SOLDATO TEDESCO


“Sag Gori, er muss via! Correre! Via! Sie kommen in wenigen Stunden, subito, prendono lui!”

“Dì a Gori che deve VIA! CORRERE! VIA! Vengono in poche ore, SUBITO, PRENDONO LUI!”

Ora immaginatevi la scena.
Esterno notte.
Tempo: Seconda guerra mondiale, ultimi mesi del 1944.
Notte piena. La luna illumina parzialmente l’oscurità. Campagna veneta. Un grande casolare con annessa stalla nel nulla. Avvolto da vigneti, alberi di mele e distese di campi. Un soldato tedesco esce in silenzio dalla casa padronale, cerca di non farsi vedere e sentire da quelli della casa. Bussa piano sul portone della stalla. Il portone si apre, il soldato parla all’uomo che ha aperto: “Sag Gori, er muss via! Correre! Via! Sie kommen in wenigen Stunden, subito, prendono lui!”. Un altro veloce minuto per spiegare che accade. Il portone della stalla si chiude. Il soldato tedesco usa un altro minuto per rientrare silenziosamente nella casa padronale.
Tutta questa scena in quattro minuti.

Quei quattro minuti hanno salvato la vita a mio Zio Gregorio, detto Gori.

Perché un soldato tedesco della seconda guerra mondiale ha salvato mio zio?

Verso la fine della seconda guerra mondiale, il piccolo comando tedesco della zona, in un paese sul litorale della costa veneta, aveva deciso di spostarsi in campagna, a pochi chilometri dal paese. La probabilità che i loro stessi aerei, prima o poi avrebbero bombardato il porticciolo per distruggerlo, era alta. Requisirono, quindi, il casolare di campagna dove viveva la mia famiglia di origine da parte materna, compreso di tutto ciò che vi era all’interno.

I miei avi erano contadini, ma non contadini “ricchi” ovvero proprietari della terra e della casa dove vivevano, erano contadini poveri, quelli a mezzadria. Tutto lì intorno era proprietà di un solo “contadino”. El paron.

Sfrattarono i miei nonni, i miei zii, le zie e mia madre, allora bambina. Li obbligarono ad andare a vivere nella stalla accanto, insieme al bestiame, dandogli la possibilità di portare via pochissime cose oltre ai propri abiti.

Come potete ben pensare, questo sfratto non fece amare i soldati tedeschi alla mia famiglia. Gente armata che ti butta fuori di casa e si prende tutto quel poco che hai. Eppure accade qualcosa.

Accade che i soldati “cattivi” presero il casolare, ma subito dopo arrivarono anche gli altri soldati, quelli che avrebbero dovuto viver lì.

Arrivarono uomini grandi di età con fili bianchi tra i capelli e uomini piccoli di età, che ti domandavi se fossero maggiorenni o no. Gli uomini di età “mediana” erano pochi. La maggior parte era su fronti più “cattivi” o già morti. Alla Germania a fine guerra non rimanevano molti uomini nell’età “mediana” e reclutava di “tutto“.

Questo “tutto” fatto di ragazzini e uomini con fili bianchi tra i capelli, erano stati in gran parte obbligati ad arruolarsi. Specialmente quelli con i fili bianchi in testa. I giovani, si sa, li infiammi più facilmente e li convinci a morire per la patria.

Tutto questo “tutto” per usare le parole di mia Zia Oliva (discorsi che ascoltai molti anni dopo mentre le zie “ciacolavano” tra loro e raccontavano a noi nipoti) era magro, sporco, stanco, con più pulci addosso che cibo nelle bisacce. Anche mentre erano lì, pativano la fame perché il comando centrale li riforniva raramente. Il “tutto” erano i soldati semplici, fanteria, quelli che eseguivano gli ordini.

La mia famiglia però era stata previdente, quando aveva capito che stavano per arrivare i tedeschi da loro, avevano nascosto le poche provviste. E, a differenza dei soldati, conosceva la zona, sapeva di quali erbe/verdure potevano cibarsi e dove erano.

Nel primo periodo fecero finta di niente. Gli uni da una parte e gli altri dall’altra. Poi accadde un’altro accadde.
Accadde che soldati tedeschi con i fili bianchi tra i capelli e la mia famiglia cominciarono a socializzare. I tedeschi cominciarono a parlare delle famiglie che avevano in Germania, dei figli lasciati, della speranza che fossero ancora là e non su qualche fronte. Raccontavano delle fidanzate, delle mogli di cui sentivano la mancanza, e dell’amore che avevano per loro. La mia famiglia parlava della paura, del non sapere che fine avrebbero fatto, dei propri figli rimasti e dei figli mandati a combattere. Parlavano della propria vita, prima della guerra e durante quella guerra, nonostante una lingua e una nazione diversa, cominciarono a comprendersi.

I miei avi videro in loro padri di famiglia, videro figli, sentirono l’amarezza e la paura nella voce. Smisero di vedere soldati e videro persone.
Persone come loro.
I soldati videro nei miei familiari, uomini, donne, contadini con una vita dura, proteggevano ciò che amavano, la terra e i loro figli. Smisero di vedere nemici e videro persone.
Persone come loro.

A quel punto accaddero molte cose.
Accadde che mio nonno ogni tanto dicesse loro che aveva trovato del cibo e del vino e lo condivideva con quei soldati “tutto”.
Accadde che qualche volta la sera si ritrovavano nella stalla, bevevano il vino insieme. Credo, immagino, che abbiano riso insieme e credo che qualche volta la malinconia e l’amarezza di quella vita li abbia stretti a se.

In tutto ciò un mio zio, Gregorio, detto Gori, che di anni, ai tempi, doveva averne al massimo una ventina, di giorno lavora i campi e a volte la sera, di nascosto, si riuniva con altri giovani del paese.

Fino a che una notte, in silenzio senza farsi notare, un soldato con i fili bianchi in testa, usci di nascosto dal casolare e bussò al portone di una stalla. Quel soldato di cui io non so il nome, avvisò mio nonno, mio zio Gori scappò quella notte. Il soldato tedesco aveva avvisato mio nonno che era arrivato l’ordine dal comando centrale, il mattino dopo avrebbero portato via Gori.

Sapete cosa ha salvato la vita a mio zio?
L’empatia.
L’empatia che la mia famiglia d’origine ebbe per quei soldati “tutto”, per quel soldato con i fili bianchi in testa.
L’empatia che quel soldato ha avuto per quello che stava per accadere a mio nonno e a suo figlio.

Sapete perché ho scritto questo post?
Perché quello che sta accadendo sulla Sea Watch e sulla Sea Eye me l’ha riportata in mente, con i suoi richiedenti asilo a bordo. Ma sopratutto è scaturito da quello che leggo e sento dalla gente “normale” che vive fisicamente (e non) accanto a me, quei “normali” che si sentono molto “italiani brava gente” mentre dicono “Lasciali lì, che tornino indietro, cazzi loro”.

Sapete che come umanità siamo fortunati che non sono Dio?
Se io fossi Dio, non ci perdonerei.

C’ERA UNA VOLTA


C’è stato un tempo un cui ero una “bella persona”.
Poi non so cosa sia successo ed rimasta solo “persona”, e son ancora fortuna, a qualcuno negli anni, oltre il “bella” sparisce anche la “persona”. Non che muoia sia ben chiaro, solo che si trasformano in zombie. Zombie emotivi, involucri vuoti pieni del nulla.
A volte penso che vivano meglio loro e a volte ringrazio il Dio che ride o chi per lui, di non esserlo.

C’è stato un tempo, neppure tanto lontano, in cui delle persone vedevo solo il lato bello.
Le conoscevo e sorridevo di tanta bellezza in ognuno di loro, il lato brutto, niente ma proprio niente non riuscivo a scorgerlo. A nulla valevano le parole di chi amavo nel mettermi in guardia, a dirmi stai attenta “Tu non vedi le brutture e doppi fini della gente, ti fidi troppo”. L’ironia, vista da oggi, e che mi fidavo anche di loro.
Poi non so cosa sia successo, o forse sì, so che ora lo sguardo “Sei un dono di dio” raramente vede la luce.

C’è stato un tempo in cui leggevo, mediamente, un libro a settimana.
Ed era bello, entravo in mondi non miei, vedevo con occhi che avevano una struttura diversa del mio dna, osservavo da punti di vista diversi. Altro che cinema, netflix, prime o sky. Avevo tra le sinapsi il più spettacolare hd del mondo.
Poi non so cosa sia successo, ma i colori hanno cominciato a sbiadire e le immagini si son fatte sempre più lontane.

C’è stato un tempo in cui amavo un uomo, ed era bello ed era terribile nello stesso esatto momento, ma era così intensamente vivo.
Poi non so cosa sia successo, o forse lo so benissimo, ma so che non volevo più quel terribile nella mia vita, faceva troppo male. Ancora oggi non so se rinunciando al terribile abbia perso anche il bello o se il terribile si sia nutrito di tutto il bello e poi non avendo più nulla di cui cibarsi, si sia nutrito di se stesso fino a sparire.
A volte mi manca la me innamorata, perché divento luce quando lo sono, però a volte ringrazio di non esserlo, poiché è sempre capitato che abbia amato l’altro più di me stessa, e se t’innamori di qualcuno che ama troppo se stesso, sono (come si dice dalle mie parti) cazzi amari.

C’è stato un tempo in cui credevo.
Credevo che “il bene vince sempre sul male”, che “alla fine vissero felici e contenti”, che il mondo era simile a me (in effetti soffro di autostima in eccesso a volte), che il male nell’uomo sia poco, che tutti posseggano l’empatia (più o meno sviluppata), che i cuori sanguinano allo stesso modo, che legge sia sinonimo di giustizia e che tutti, in questa vita, cerchino di elevarsi alla luce.
Poi non so cosa sia successo, credo di essermi persa.

C’è stato un tempo in cui ero sicura che avrei cambiato il mondo.
Anni dopo ho ringraziato che il mondo non avesse cambiato me.
Poi non so cosa sia successo, ma so che il mondo mi ha incrinato.

PUNTI


Tre anni.

Fine settimana imprecisati sui libri.
Altrettanti fine settimana a non farlo.
Decine di volte che “Cazzo non ce la farò mai”.
Periodi di tentennamento, momenti di convinzioni.

Alla fine eccola qua, consegnata in attesa di dicembre, un tocco di rosa a mettere il punto finale.
E’ invece no.
Invece rendersi conto che questo non è un punto finale, ma solo un punto d’inizio.

Soffermarsi a pensare a tutte le volte che pensavo che una data cosa, una certa situazione, sarebbe stato il punto finale, e invece ogni volta rendermi conto alla fine che era solo una tappa, il punto d’inizio di qualcosa che pensavo sarebbe stato un punto finale, che alla fine sarebbe stato un altro punto di inizio. Vi siete persi? Ebbene, io nella vita, un sacco di volte.

La verità è che in questo mondo non ci sono punti finali, il mondo è tondo, e il nostro cammino circolare.
Non ci sono punti, anche se io li metto a volte (ma metto anche paletti, muri, filo spinato e ghiaccio), specialmente con le persone, specialmente con le persone che ho messo vicino al cuore. Ma li metto sulla carta, perché nel cuore il mio cammino è circolare (senza punti finali, paletti, filo spinato e ghiaccio) e alcune persone le porto sempre con me a loro insaputa. Ma sto divagando, stavo parlando dei tre anni e della mia tesi finalmente consegnata.

La osservo, nulla è a caso, neppure il colore, neppure Alice, neppure io. La guardo, in qualche modo, tre anni sono racchiusi in quelle poche pagine. Pensavo di “sedermi” dopo questo triennio e invece progetto ancora un punto d’inizio. Sorrido è una bella sensazione quando sei nel momento esatto in cui tutte le possibilità sono davanti a te. Quando tu puoi spaziare e scegliere. Del resto, cosa farò da grande, io ancora non lo so.