DALLA V ALLA V


VERITA’
Son sempre stata quella del “Meglio una verità dolorosa, che una bugia pietosa“, vivendo in un mondo che di solito preferisce la seconda.
Credo che sia per questo che abbia acquisito un’importanza così preponderante nella mia vita, nei rapporti con gli altri, negli amori e nelle amicizie. Sapere la verità è difficile. Le persone mentono, noi mentiamo, per svariati motivi.

Credevo che la verità fosse una, poi ho creduto che di verità ve ne fossero di molteplici, per rendermi conto infine, che la verità è solo una. Siamo noi piccoli umani imperfetti, che non possiamo contenerla tutta (per il momento almeno), quindi ognuno di noi ha spicchi di essa.

Questo non ha tolto questo mio incessante desiderio di avvicinarmi a lei, anche se a volte sapere il vero fa un male cane. Cercarla mi ha fatto capire che anche io cerco le bugie pietose, a volte ne son rimasta prigioniera a lungo.

Amarla ha fatto sì, che come un cane da tartufi, abbia odorato le bugie che mi son state dette. All’inizio provavo a dirlo con il risultato di sentirmi dare della folle. Non avendo prove tangibili se non il mio “odorato”, passavo per la “sclerata”, salvo poi nel tempo (che è sempre galantuomo) avere tangibilmente riscontro di quelle bugie.

Oggi, quando “odoro” le bugie, di solito non dico niente. Aspetto. Il signor tempo farà lui e io mi distacco dalla situazione, anche se fisicamente son presente.
Chi mente sapendo di mentire, mentirà fino allo sfinimento e chi invece mente, mentendo per primo a se stesso, mentendo così anche a te, sarà convinto di esser nella verità.

Scrivo queste poche righe su un argomento vasto come il mondo, consapevole che neppure io sono immune dal raccontare bugie, ma so che nonostante questo e il fatto che anche io abbia respinto la verità in alcuni momenti, la amo.

DALLA U ALLA U


UMILIARE
Strana parola mi è venuta in mente alla lettera U. Ho riflettuto sul perché, e poi ho compreso il motivo. Detesto chi umilia gli altri ed mi ritrovo a vederlo (o vedere che provano a farlo, magari con scarsi risultati, ma il tentativo esiste) quotidianamente sui social.

Lo vedo fare da politici su altri politici e da gente “comune” a gente “comune”. Poi si intersecano tra loro in un groviglio di tentativi di umiliare l’altro per annientarlo. Perché a questo serve umiliare le persone. Avvilirle a tal punto da spezzare, incrinare, qualcosa in loro, fargli provare un senso di inferiorità per assoggettarle.

Sospetto che chi usa questo atteggiamento, lo faccia per una motivazione che detesto più profondamente ancora: “Poiché non riesco ad elevarmi io, da questa fossa di guano, cerco di tirare dentro te“.

DALLA H ALLA L


HERO
Non intendo la caramella, e neppure gli heroes della Marvel, che tanto piacciono. Intendo quelle persone, quelle famiglie che vivono al di sotto della soglia di povertà. Nel 2015 questa soglia partiva da 819,13€ a 1050,95€ a seconda della regione in cui abitavi. Non sono riuscita a trovare cifre aggiornate, ma ho trovato questo sito: CALCOLO DELLA SOGLIA DI POVERTÀ ASSOLUTA, dove puoi calcolarlo a seconda di dove abiti, nord, centro, sud, piccola città, media città o grande città.

Ho fatto qualche simulazione. Vi assicuro che con quelle cifre al nord dove abito, se (soprav)vivi con quelle cifre, sei un eroe.

IDEALISTA
Si lo sono, ancora, nonostante l’età. Magari non più come a sedici anni, alcuni ideali li ho persi per strada, ma lo sono. Da qui un sacco di problemi con gli altri, o meglio con alcune tipologie di “altri”. Quelli che cercano di spegnere i miei ideali, quelli che “Tanto è inutile” o “Sei rigida a pensarla così” e così via. Frasi dette da chi non crede più a niente e vorrebbe portarti con se, in quel mondo, il loro, avulso e spento.

Non è il mio mondo.
Nel mio mondo gli ideali servono a costruire la realtà che verrà.

LAMU’
Lamù è un manga shōnen, ovvero un manga indirizzato a un pubblico maschile, specificatamente ai ragazzi fino alla maggiore età.
Nonostante io non sia un maschietto, e la maggiore età l’avessi superata, quando la vidi per la prima volta nella versione anime, me ne innamorai. Abituata ai cartoni animati americani con dei “limiti ben precisi”, questo suo andare fuori dai “limiti” (nonostante a noi arrivasse una versione più soft e censurata), fu una cosa bellissima.

Ricordo sabati pomeriggio con Progenie a guardarlo. Provavo ad imitarla quando diceva: “amorucioooo”, mentre svolazzando inseguiva Ataru Moroboshi. Ho bei ricordi con Progenie.

DALLA A ALLA C


AMORE
Ho sempre cercato l’amore che mi completasse. Sbagliavo ero già completa, avevo bisogno di un amore che mi ampliasse.
Ero completa e non lo sapevo. Dovevo solo trovare i pezzi dei puzzle di me nascosti e metterli nel giusto ordine.

Nel frattempo, più o meno inconsciamente, credevo che per essere completa avevo bisogno del fuori. Scambiavo i vuoti degli uomini dai puzzle separati, come se le loro anse concave e convesse, dovessero incastrarsi con le mie. Un colmare il proprio vuoto con il vuoto altrui, che idea folle, scambiare l’amore per questo.
Il pezzo mancate ero io e non lo sapevo.

Nessuno ci completa, siamo già completi, abbiamo solo i pezzi sparsi nel nostro universo, dobbiamo darci il tempo di assemblarci. Vale per tutti noi.

BERLINO
Nel mese di giugno sono andata, finalmente, a trovare Progenie a Berlino. Poco tempo. Un paio di giorni. Se mi chiedete cosa penso di Berlino non saprei dirvelo. Si può conoscere una città così grande e sfaccettata in due giorni?

Mi porto il ricordo di una città con la metro pulita, una lingua incomprensibile (per me), il silenzio serale, i bicchieri di vino riempiti il doppio di quelli italiani (allo stesso prezzo), le strade con i marciapiedi larghi, la cucina multietnica e il cibo vegano ovunque, solo per questo le darei come voto 10+.
E poi gru, immense e gigantesche gru ovunque, che costruiscono e/o sistemano ciò che è già costruito, ristrutturandolo. Berlino è una città viva, ecco se proprio volete una definizione, è viva.

A Berlino ho scoperto, che la cosa che in questa società accomuna gli uomini, sono i centri commerciali. Sono quasi identici in ogni parte del mondo.

CAPELLI
Cambierò per l’ennesima volta colore dei capelli. Ormai faccio fatica a ricordarmi il mio colore originale.
Bionda, nera, rossa, prugna, pannocchia (ma quello fu un errore di valutazione della tinta), violetta, lillà, bluette, bianca, grigia, rosa.

Mi guardo allo specchio e mi dico. “L’ultima volta, poi li lascio del loro colore”, poi accade sempre qualcosa che mi fa cambiare idea.
Il mio parrucchiere me lo ha confessato, sono tra le sue clienti preferite, perché con me non si annoia mai. Così quando cerco di essere “normale” io, mi propone le “pazzie” lui. Quindi diverrò Living Coral.

PS: mi rimangono da postare tutte le altre lettere dell’alfabeto 😉

OSSIMORI


Ne ero sfuggita, come di solito fuggo da tutte le app, ma poi a mia insaputa (oh mai che a me comprino case vista Colosseo a mia insaputa, ma mi “ciulino” solo foto) hanno preso la mia immagine profilo di whatsapp e me l’hanno inviata modificata da questa app che pare stia spopolando per il globo terracqueo.

Mi sono vista.
Mi sono detta Ommidio.
Ho visto pezzi di mia madre in me.
Ho visto pezzi di mia nonna in me.

E’ stata una sensazione strana. Come se tutte le donne della mia linea genetica femminile fossero lì con me e io fossi loro nel contempo (giuro son sobria e non fumo canne, ammettiamolo, son così naturelle).

Mi son detta: “Preferisco la versione young, ma diverrò la versione old, salvo che non trovi il modo di ringiovanire invecchiando”. Mentre guardavo le due foto insieme, quel pensiero che avanzava: “Di solito aneliamo al nostro futuro, mentre rimpiangiamo il nostro passato“. Gli esseri umani son ossimori fatti carne.

Guardavo le due foto insieme. La percezione di vedermi, ma non ero io, e la sensazione che per gli esseri umani di solito è così. Guardano se stessi, ma non si vedono per quello che sono, e quando osservano fuori, non vedono che le copie altrui. Pochi si raggiungono e si specchiamo per quello che sono e ancor meno hanno la capacità di vedere e riconoscere gli altri.

A volte questo mondo mi sembra un tantino difficile, ma forse è solo venerdì pomeriggio ed è arrivato il momento di affogare i pensieri in un prosecco. Si sa, le bollicine, intrappolano i pensieri, e volando via, li portano altrove.

MONDO


Rimaniamo ancorati a quello che poteva essere e non è stato, quando in verità dovremmo ringraziare, perché è stato quello che doveva.

Invece no. Ci straziamo a lembi l’anima nello struggimento e nel dolore, impedendoci di librarci. Ci avvolgiamo nei veli pietosi, sottili e impalpabili degli inganni, dimenticando che la menzogna è un vestito di cotone, al primo lavaggio si restringe e ci lascia nudi.

Viviamo accerchiati da paure, per questo ne siamo contagiati, ma non siamo fatti per esser prigionieri, neppure di noi stessi.

E quella domanda di sottofondo sempre presente “Ma il Dio che ride perché mi ha fatto cadere in questo mondo?”

FOTOGRAMMI


Milano è anche questa. Ferma al semaforo lo vedo.


Rovista tra la spazzatura a cercare qualcosa che potrebbe servirgli. E son quasi sicura che ci sarà, lo sa anche lui.

Milano è fatta anche di questo, mi ripeto mentre in maniera quasi inconscia faccio “click”.
Rubo questo scatto, non so perché, mentre un leggero senso di colpa mi lambisce, poi penso “Faccio click su una realtà che esiste, non la creo”.
La mia coscienza interviene “Sicura di non essere tra quelli che la creano?”

Milano è fatta anche di questo, ma non solo di questo, mi dico per consolarmi mentre il semaforo diventa verde e io vado.
Lascio alle mie spalle l’uomo, i sacchetti e la ruera*, mi porto il ricordo e il mio “click”.

Non so neppure perché scrivo questo post, credo mi pesasse l’averla solo dentro quell’immagine. Perché, per rispondere alla mia coscienza, forse io questa realtà non l’ho creata, ma se faccio finta di non vederla, la alimento.

*ruera: termine dialettale milanese per dire immodizia