DROP


Si sta come
una goccia d’olio
nel mare

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NOIA


In principio, dunque, era la noia, volgarmente chiamata caos. Iddio, annoiatosi della noia, creò la terra, il cielo, l’acqua, gli animali, le piante, Adamo ed Eva; i quali ultimi, annoiandosi a loro volta del paradiso, mangiarono il frutto proibito. Iddio si annoiò di loro e li cacciò dall’Eden.

(Alberto Moravia)

Ed io (non Iddio, anche se a volte l’autostima è molta) mi annoio tantissimo in questo periodo. Mi annoio delle cose dette e ripetute. Mi annoio dei discorsi, di cui so mentre ascolto, svolgimento e dove porteranno o non porteranno. Mi annoio del ripetersi ordinario quotidiano. Mi annoio dei miei pensieri. Mi annoio dei social e dei post a fotocopia. Mi annoio dei tentativi di apparire diversi per esser infine tutti uguali. Mi annoio di questa mia vita sempre uguale che mi fa morire d’inedia.

Mi salva, mi dà resilienza, l’idea che la noia non sia altro che il bozzolo chiuso della crisalide. In quel buio silenzioso, in quel far nulla accade l’inizio della mutazione. E questa insofferenza che sento verso la mia vita, il mondo e una (grossa) parte della “gggente”, non sia altro che un tentativo di uscire dal guscio, un rompere gli schemi, perché  la mia vita attuale ormai mi sta stretta.

Sì ma… nel frattempo mi annoio, e non ho neppure nessuno da cacciare dall’eden, se non me stessa.

SILENTE UTOPIA


Sono stata piccola bimba laconica, che non vedi mai, e ancora meno senti.
Sono stata bambina con gli occhi bassi vestita di silenzio.
Sono stata adolescente introversa, pieni di sogni e mutismo.
Sono stata giovane donna intrisa d’amore e silenzi.

Il silenzio è stato madre avvolgente che mi ha nutrito e dotata di parola e intelletto. Nel silenzio ho sviluppo me, pensieri e ragionamenti. Nella tiepida assenza del rumore delle mie parole, mi son permessa di crescere come psiche e anima. In quel vuoto di rumori la mia voce ha iniziato la sua crescita fino ad oggi, in cui la vita è il mio palcoscenico e cavalco il proscenio con voce sicura, anche quando tanto sicura non sono.

Oggi sono una donna con voce certa e passo a volte incerto.

Dicono sia piena di utopie, ed io rispondo loro che le utopie son i semi dei sogni, e i sogni son i germogli della realtà.

SCELTE


Non ci sono risposte, soltanto scelte.

Quando ho iniziato a decidere della mia vita è stato come mettere un piede nel vuoto, ma avevo una pulsione dentro, essere quella che ero.
Pensavo di aver iniziato a decidere tardi e questo mi penalizzava, gli altri lo avevano già appreso. Avevo sempre il fiatone per star dietro loro. Mi sembrava che gli altri sapessero già come e quando far le scelte e quando erano giuste e quando sbagliate.
Le mie parevano sempre sbagliate, scelte che mi portavano sempre in situazioni in cui soffrivo.

Poi ho capito, non ci sono scelte giuste o sbagliate. Ci sono solo scelte. Come le affronti. Come scavalchi gli eventuali imprevisti. Come ti poni tu.
Mi son resa conto che alcuni di quelli che credevo scegliessero, in effetti non lo facevano. Semplicemente si lasciavano trasportare dall’onda della vita e imprecavano quando questa onda li sommergeva.

Ci ho messo anni per non aver paura delle decisioni. Alla fine ho compreso, delle responsabilità, devo farmi carico solo delle mie, lasciare le altrui ai rispettivi proprietari, e ciò per il loro e il mio bene.
Così facendo scoprire che non sono pesanti, perché essere responsabile di me, vuol dire avere la mia vita tra le mani. E’ una sensazione bellissima.

Ho impiegato tempo, ma ci sono arrivata (fino a qui, più avanti magari scoprirò altro) sta a noi, sempre. Oggi ci son scelte che faccio in un secondo, altre in cui ondeggio per un pò, ma in ogni caso ogni volta, anche quando un po’ di paura mi rimane, quando salto in groppa a una scelta, ogni volta so che scelgo me e i miliardi di possibilità che si dipanano davanti.

PS: “Non ci sono risposte, soltanto scelte” cito Stanislaw Lem in “Solaris”

ACCANTONO


Due parole in chat con Progenie di mattina presto. Tra un come stai e un come stai tu, tra un cosa fai e come sta Pecetta, è sbucato il discorso sulla serietà. La mia. Da qui questo post.

Sinceramente io mi vedo meno seria di quello che gli altri vedono.
Probabilmente sono io che non vedo come mi vedono.

Concordo sul fatto che l’usare parole come “responsabilità” e “verità” (la ricerca, io ancora non la posseggo) mi fa apparire seria e rompiballe (sospetto più quest’ultima). Eppure io son meno seria di quello che sembro, solo che, come molte altre persone, vivo con un tipo di sensibilità sottopelle. Quella che a qualcuno fa dire che son “esagerata”. Mentre a me fa vivere con la presenza costante, inconsapevole, di “emozioni”.

“Emozioni” che negli anni si sono sommate. Qualcosa, ogni tanto, le riporta in superficie, come stamattina appena finito il discorso con Progenie. Facebook mi ricorda un mio vecchio post (se clicchi sulla foto ti ci porto, se non ti interessa vai sotto la foto).

Anno dopo anno, ascolto dopo ascolto, la crudeltà umana mi appare sotto forma del massacro di Sabra e Shatila eseguito da chi alle spalle aveva subito i massacri dei campi come Auschwitz. Mi rammento i Gulag e i campi di concentramento Serbi come quello di Omarska. Ricordo i campi di “educazione” cambogiani degli anni 70 e gli attuali campi di detenzione libici, di cui l’europa è socio di capitale.

Ho un bimbo di tre anni nel cuore, il suo nome è Aylan, morto affogato nel mare, cercando di scappare dalla violenza. Nel muscolo cardiaco, insieme, tutti quelli morti dopo lui, senza nome, anche pochi giorni fa.

Potrei parlarvi del genocidio degli Aborigeni in Australia e perché non ricordare cosa è stato fatto agli Indiani d’america?
Ecco perché sembro seria. Non so voi, queste cose vivono costantemente con me. Anche quando rido e scherzo, anche quando non ne sono consapevole, anche quando faccio la cogliona e all’ennesimo bicchiere di rosso divento una buffona.

Io non dimentico. Accantono solo per un pò.

(click sulla scritta)

MASCHERE


Mentre scendo il sottopasso per andare al binario lo vedo, altissimo, magrissimo, in sostanza un “insetto stecco”. Avanza verso me.
Ha i capelli verdi, la faccia bianca, una scritta sulla fronte, immagini di carte e altro dipinte sul collo e sulle mani, catene dorate ai polsi. Una giacchetta che mi domando come non senta freddo, un lungo bastone viola che batte al suo camminare e quei denti metallici, quasi fossero fauci di un mostro post moderno. Di sicuro non passa inosservato. Però essendo un “insetto stecco” lo noteresti in ogni caso. Mi viene incontro e mi supera andando in direzione opposta alla mia.

Me lo trovo casualmente (ma esiste qualcosa di casuale nella vita?) nella stessa carrozza dove salgo poco dopo. Istintivamente vado a sedermi di fronte a lui, mi siedo, apro il mio libro e inizio a leggere. E’ semplicemente un ragazzo vestito da The Joker, le persone si spaventano in silenzio (non scherzo) non vedendo la verità che hanno di fronte. Interpreta un ruolo, interpreta il cattivo a spaventare il mondo che spaventa lui. Ecco perché mi siedo di fronte a lui. Perché lo comprendo, spesso anche io ho paura di questo mondo.

Un paio di minuti prima di arrivare in centrale si alza ed esce dalla carrozza. Appena la porta si chiude dietro lui, la ragazza nei sedili opposti a lato, dice all’amico “Mi fa paura”. Un vecchio si alza per raggiungere anche lui l’uscita prima di arrivare in centrale, si ferma accanto alla ragazza e comincia a parlarle. Borbotta verso il ragazzo. Afferma che un ragazzo così è sicuramente dell’altra sponda (che ancora io non ho capito quale sponda sia la giusta), e prosegue a denigrare.

Li ascolto e nel frattempo penso “Dio dammi la capacità, l’intelligenza e la forza di non invecchiare così”.
Credo che il vecchio lo denigri perché è spaventato anche a lui, moderno Laio che teme Edipo. Essendo “uomo” non può dimostrarlo neppure a se stesso e quindi davanti alla ragazza “spaventata”, lo distrugge metaforicamente, per cercar di rassicurare entrambi. Il vecchio trucco “Se non riesco ad alzarmi io, faccio cadere te, così siamo allo stesso livello”.

Alzo la testa, mi parte involontario lo sguardo di disprezzo, spero noti il disprezzo per farlo vergognare. So che potrei ottenere non la vergogna, ma l’incazzatura, non mi importa. Mi sale l’antica anima guerriera, pronta alla battaglia per i suoi valori. Poi respiro e lentamente (con fatica, lo ammetto) cambio sguardo. Comportarsi così non ha senso, disprezzo chiama disprezzo, guerra chiama guerra. I cambiamenti sociali hanno tempi non umani. Bisogna parlarne allo sfinimento, con pacatezza ma con determinazione, per un’intera generazione, perché la successiva ne benefici, almeno in parte.

Ripenso al ragazzo “insetto stecco”, penso ai suoi vent’anni, penso alla sua maschera, al suo gioco di ruolo. Penso che in quella carrozza di maschere ve ne fossero tante. Una visibile la sua, le altre invisibili. Queste ultime, portate dalle persone per così tanti anni, da confondersi con la persona stessa.

Chissà quali indosso io senza sapere.

ORA


Se una foto è molto bella, diciamo “Sembra un dipinto”.

Se un dipinto è molto bello diciamo, “Sembra una foto”

Di base pensiamo che il meglio sia sempre qualcos’altro, da qualche altra parte, in un altro momento.

Quindi viviamo in sospensione. Tra un “si stava meglio quando si stava peggio” e un “domani sarà meglio”.

Ma la vita è qui, ora in questo esatto momento. Ora sento il sapore. Ora sento l’aria riempire i polmoni. Ora, se mi baci, caccio la mia lingua nella tua bocca. Ora sento il tuo profumo. Ora puoi farmi venire la pelle che un’oca m’invidierebbe.

Ieri si confonde e confonde come le nebbie delle coste lacustri, domani è una voluta di fumo che cerchi di ghermire con un retino.

Conta solo ora.

Carpe diem dicevano, ma non serve cogliere un attimo fuggevole, basta vivere al massimo delle nostre possibilità, ora.