MASCHERE


Mentre scendo il sottopasso per andare al binario lo vedo, altissimo, magrissimo, in sostanza un “insetto stecco”. Avanza verso me.
Ha i capelli verdi, la faccia bianca, una scritta sulla fronte, immagini di carte e altro dipinte sul collo e sulle mani, catene dorate ai polsi. Una giacchetta che mi domando come non senta freddo, un lungo bastone viola che batte al suo camminare e quei denti metallici, quasi fossero fauci di un mostro post moderno. Di sicuro non passa inosservato. Però essendo un “insetto stecco” lo noteresti in ogni caso. Mi viene incontro e mi supera andando in direzione opposta alla mia.

Me lo trovo casualmente (ma esiste qualcosa di casuale nella vita?) nella stessa carrozza dove salgo poco dopo. Istintivamente vado a sedermi di fronte a lui, mi siedo, apro il mio libro e inizio a leggere. E’ semplicemente un ragazzo vestito da The Joker, le persone si spaventano in silenzio (non scherzo) non vedendo la verità che hanno di fronte. Interpreta un ruolo, interpreta il cattivo a spaventare il mondo che spaventa lui. Ecco perché mi siedo di fronte a lui. Perché lo comprendo, spesso anche io ho paura di questo mondo.

Un paio di minuti prima di arrivare in centrale si alza ed esce dalla carrozza. Appena la porta si chiude dietro lui, la ragazza nei sedili opposti a lato, dice all’amico “Mi fa paura”. Un vecchio si alza per raggiungere anche lui l’uscita prima di arrivare in centrale, si ferma accanto alla ragazza e comincia a parlarle. Borbotta verso il ragazzo. Afferma che un ragazzo così è sicuramente dell’altra sponda (che ancora io non ho capito quale sponda sia la giusta), e prosegue a denigrare.

Li ascolto e nel frattempo penso “Dio dammi la capacità, l’intelligenza e la forza di non invecchiare così”.
Credo che il vecchio lo denigri perché è spaventato anche a lui, moderno Laio che teme Edipo. Essendo “uomo” non può dimostrarlo neppure a se stesso e quindi davanti alla ragazza “spaventata”, lo distrugge metaforicamente, per cercar di rassicurare entrambi. Il vecchio trucco “Se non riesco ad alzarmi io, faccio cadere te, così siamo allo stesso livello”.

Alzo la testa, mi parte involontario lo sguardo di disprezzo, spero noti il disprezzo per farlo vergognare. So che potrei ottenere non la vergogna, ma l’incazzatura, non mi importa. Mi sale l’antica anima guerriera, pronta alla battaglia per i suoi valori. Poi respiro e lentamente (con fatica, lo ammetto) cambio sguardo. Comportarsi così non ha senso, disprezzo chiama disprezzo, guerra chiama guerra. I cambiamenti sociali hanno tempi non umani. Bisogna parlarne allo sfinimento, con pacatezza ma con determinazione, per un’intera generazione, perché la successiva ne benefici, almeno in parte.

Ripenso al ragazzo “insetto stecco”, penso ai suoi vent’anni, penso alla sua maschera, al suo gioco di ruolo. Penso che in quella carrozza di maschere ve ne fossero tante. Una visibile la sua, le altre invisibili. Queste ultime, portate dalle persone per così tanti anni, da confondersi con la persona stessa.

Chissà quali indosso io senza sapere.

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FLUIDA


I miei pensieri volano come rondini ai primi freddi. Cercano posti caldi dove adagiarsi e riprodursi.

Tengo stretto a me il cuore. Non per avarizia, non per paura, ma nella ricerca di chi lo tiene allo stesso modo, in attesa di donarlo a me.

Emozioni come gatti acciambellati accanto al fuoco del camino. Aspettano di sciogliersi con il calore.

Sospiro a riempire l’aria di me.

Mi ascolto il petto nel mio librarmi, cadere, per poi riprovare ancora il volo.

Chiudo leggeri gli occhi a vedere, dietro le palpebre, le immagini dei miei sogni fatti colore.

Le mille me si siedono ai bordi del fiume, muovono le dita dei piedi nell’acqua, a percepire il suo parlare tra vibrazioni e carezze. Divento fluida insieme a lui.

Io sono anche questo.

STIRPI


E’ cambiato e non poco.
Mi manca molto il prima.
Gli ho detto “Mi manchi”.

Lui non vede il problema.
Lui mi ha detto le cose cambiano.
Ha ragione.

I cambiamenti hanno nomi e una stirpe.
Due le stirpi: “Meglio” e “Peggio”.
Con chi imparentarsi spetta a noi.

Non capisce la mia non accettazione.
Sospetto dissimuli e giochi le sue solite carte.
Ignorare sperando la cosa si risolva da se.

Si può cambiare per paura o per crescita.
Questo cambiamento ha il nome di paura.
La stirpe è legata al nome.

Chiudi gli occhi e pensa alla parola paura, sentila addosso, adagiarsi. Ascoltala.
Chiudi gli occhi e pensa alla parola crescita, sentila scendere sulla pelle. Sentila.

La senti la differenza di energie di questi cambiamenti?

Altalene

IL LATO LUCE


Apro. Entro. La stanza è vuota. In fondo di fronte a me una porta. Avanzo e la apro. Mi ritrovo in un’altra stanza vuota con una porta su un’altra stanza vuota con un’altra porta, mi ritrovo in una matrioska lineare.

Mentre le attraverso, una dopo l’altra, penso: “All’inizio ci metto lo studio è in fondo a tutte la camera”.
Procedo senza timore e infine arrivo all’ultima. Non più porte da aprire davanti a me, solo un muro e una parete ricoperta da una vecchia tappezzeria. Piccoli gigli araldici scuri su uno sfondo ingiallito. Allungo la mano, tocco e mi rendo conto che il muro è sottile, compensato, e dietro c’è qualcosa di terribile.

Scappo scappo scappo. Riattraverso a ritroso, una dopo l’altra, tutte le stanze. Infine chiudo la prima aperta dietro me. Mi tuffo nelle braccia di mio padre, quello che non ho mai avuto, e lo supplico singhiozzando “Portami via di qua, portami via di qui, andiamo ad abitare da un’altra parte”.

Mi sveglio. E lo so da subito. È uno di quei sogni. La paura si sta sciogliendo ma è ancora tangibile. Respiro forte. So dove sono stata. In fondo la stavo cercando, solo che non ero preparata, e non ho capito fino al mio risveglio.

Stanza dopo stanza sono mi sono attraversata fino ad arrivare a quel muro fragile, gigli antichi, e dietro la mia parte oscura mi aspettava. La paura mi ha sorpreso, non pensavo di trovarmela così vicina.
Sono scappata in cerca di protezione, ma non si può scappare da se stessi.

Inspiro. Espiro. Lentamente. Tornerò, troverò il modo di tornarci, e quel muro lo butterò giù con una spallata.

Il coraggio è il lato luce della paura.

Photo by Elena Helfrecht

BRIVIDI


Questo brivido interiore, questa febbre dell’anima, questi brividi che mi fanno vaneggiare.

Una notte romana, due occhi siriani che mi hanno aperto i loro mondi mentre scrutavano i miei, chiedendomi di perdermi nei suoi, io li ho distolti in attesa di un paio di occhi che da me non si fanno vedere, e forse mai mi faranno scrutare i suoi mondi. Mi domando di che morte mi ucciderai.

Io lo conosco questo istinto alla fuga, io conosco questa corrente elettrica a metà tra il piacere e il fastidio. Io mi sto preparando allo sprint per scappare e per non farlo mi lego con parole tue incatenandomi ai sogni della notte.

Morfeo nell’altra notte romana mi ha detto che mi sarei salvata dai sogni incatenati solo fuggendo, mi ha fatto vedere me stessa con la mia veste di seta rossa, il mio tacere, nello stesso mi ero accanto, totalmente nuda, quella che io sono. Qualcuno mi diceva ti abbiamo vista, le corde erano meno invisibili anche ai loro occhi. Avendone conferma al risveglio.

Farfuglio. Brividi. Febbre d’amore era una soap opera e spesso lo è stata anche la mia vita, ma avevo chiuso con queste operette rosa. Quandè stato che è ripartita la serie? Comè stato possibile che qualcuno facesse ripartire la trasmissione?

L’attesa, questa attesa, è per me come la preparazione alla guerra. Affilo le armi. Se non le userò sul nemico, le userò su me stessa.
photo by Alex Veledzimovich

Respira, respira cazzo, respira e allenta i pensieri che ti stringono la gola come cravatte colombiane. Da quanto le due parti di te non entravano in conflitto? E ora son lì che si guardano, attendono anche loro, scrutandosi in attesa che una delle due faccia un movimento, la prima mossa.

Tutto il mio mondo, tutti i miei mondi, si trasformano in attesa, e nell’attesa io muoio.

E’ il caldo estivo, l’afa, l’aria bollente, la febbre, sei tu… respiro respiro respiro, ma a ogni respiro mi penetri l’anima sempre di più.

SOFFUSA E CONFUSA


Posso spaccarmi il cuore a metter un piede tra le nuvole e camminarci in mezzo.

Eppure lo metto, trattengo il fiato, allungo il piede senza sapere dove poggerà.

Soffice bambagia o fuoco dell’inferno?

Ho l’anima fatta di zucchero filato, se mi mordi, mi ucciderai, ma tu potresti morire di dolcezza

Photo by Trey Ratcliff

PERSONAL INCEPTION


E’ buio, cammino nel giardino di casa. Un piccolo sentiero porta alla salita, dove c’è la siepe che circonda la casa e nel contempo porta all’uscita. Un fruscio tra le foglie e il mio cuore batte più velocemente. Sono sola e spaventata. Percepisco ma non vedo.
Come nei migliori film thriller chiedo a voce alta: “C’è qualcuno?” e come da trama nessuno risponde. Io so, lì c’è qualcuno che mi vuole far del male. Riesco ad intravedere un cane che ringhia, ma non chi si muove nella siepe.
La paura mi sta bloccando. All’improvviso capisco, sto sognando! Sollievo, se sto sognando basta che mi allontani e il pericolo e la paura spariranno. Inizio ad andarmene, poi mi blocco e torno indietro. Vada come vada, questo incubo lo affronto.
Salgo il sentiero, mi ritrovo nella mano il mio coltello da cucina, quello che maneggio con timore tanto è grande e affilato. Son in alto, vicino alla siepe e inizio, come una folle serial killer, a lanciare fendenti contro la siepe e l’aria, per quanto non so.
Respiro affannosamente. Sono stanca. Ad un certo punto mi fermo, non so se l’ho ucciso o no, ma so che se muoio io, lui verrà con me, non morirò da sola.

Mi sveglio. Ho ancora un pò di fiatone e rimasugli di paura scorrono nelle vene. Faccio fatica a tornate in questo mondo. Continuo a sognare di svegliarmi, ma non mi sveglio, poi infine ci riesco, ed eccolo lì, il mio pensiero “dito mediano alzato“. Non più preda impaurita, ma cacciatrice.

Sospiro. Richiudo gli occhi e mi riaddormento.
Sogno ancora. Sogno di sognare e nel sogno sogno, e in questo sogno so di sognare nel sogno.