MONDO


Rimaniamo ancorati a quello che poteva essere e non è stato, quando in verità dovremmo ringraziare, perché è stato quello che doveva.

Invece no. Ci straziamo a lembi l’anima nello struggimento e nel dolore, impedendoci di librarci. Ci avvolgiamo nei veli pietosi, sottili e impalpabili degli inganni, dimenticando che la menzogna è un vestito di cotone, al primo lavaggio si restringe e ci lascia nudi.

Viviamo accerchiati da paure, per questo ne siamo contagiati, ma non siamo fatti per esser prigionieri, neppure di noi stessi.

E quella domanda di sottofondo sempre presente “Ma il Dio che ride perché mi ha fatto cadere in questo mondo?”

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MANI


Mentre firma osservo le sue mani.
Il primo pensiero.
Consumate.

Mani che hanno lavorato, che lavorano ancora oggi. L’aspetto è di mani nate con una forma, e nel tempo trasformate.
Mani che diventano dure perché una vita dura va affrontata alla pari.
Mani che non fanno pensare alle carezze, ma lo sguardo dell’uomo è ricolmo di gentilezza.

E’ un imprenditore (piccolo) della zona, ma qua tutti i “piccoli” hanno mani come lui. La gente spesso alla parola imprenditore abbina “soldi”, non fa differenza tra grandi aziende e piccole. Ma i piccoli dalle mie parti lavorano più dei propri operai, mentre navigano nell’incertezza degli insoluti, dei tributi e del “mi serve per ieri”.

Ripenso ad altre mani che ho visto negli anni. Mani curate, dalla pelle delicata, morbida piacevole al tatto, ma a volte dall’anima mendace.

Guardo le mie di mani.
Invecchio.
Si vede dalla pelle non più liscia e tesa e dai miei pensieri.

RIFLESSI


Il problema degli specchi è che guardi con i tuoi occhi e quindi spesso non vedi quello che c’è, ma quello che percepisci tu.

Credo di averlo sempre saputo, inconsciamente, per questo a volte divento segaiola mentale, perché guardo e riguardo questa realtà alla ricerca di un segno che mi faccia comprendere. Sto osservando quello che accade o il riflesso di una parte di me?

Quello che tu a volte vedi in me come tentennamento, come cambio, come incongruenza, non è altro che la continua messa a fuoco della realtà.
Ciò a volte esaurisce.

Sospetto che sia questo che mi snerva fino a cercare l’isolamento, in modo che io non abbia la tentazione, il desiderio, la necessità o l’obbligo di cercare la verità esterna, poiché mi risulta difficile non farlo. Ogni volta cercare di capire se quello che vedo in una persona è una proiezione di me o la persona stessa.

Avrei dovuto nascere più semplice.

CIECHI


Tempo da lupi(*) anche dove abito io
Come se il cielo non fosse fatto più d’aria ma d’acqua e avesse deciso di cadere sulla terra. Come se l’aria incazzata dell’aver perso il suo ruolo, passasse turbinando ad asciugare, eliminando colei che aveva osato occupare il suo posto, l’acqua, e nel farlo, accecata d’ira, distruggesse la terra.

Tempo da lupi ed è stato un attimo nel ritrovarmi nel tempo, vicino al lago di Bolsena. Danzava il mio corpo con me stessa, la psytrance nelle orecchie e nel corpo, gli altri intorno come mondi separati. Poi in pochi minuti il cielo da limpido a nero, oggetti che volano nel cielo e la mia corsa nella tenda, ritrovarmi rannicchiata, mentre fuori il dio della tempesta aveva deciso di pulire la superficie della terra, sbattendo la mia tenda come fosse un aquilone in un tornado. Lì, in quell’attimo, ho compreso per la prima volta, quanto siamo meno di uno sputo di nulla su questo mondo, e quando basta poco per cancellarci.
Non avevo voce in capitolo se non sperare che quel dio della tempesta mi reputasse indegna della sua deità e non mi volesse con lui.

Tempo da lupi e questa volta in fondo ero a casa, al sicuro, anche se il vento strappava tutto quello che avevo sui terrazzi, bastone di metallo agganciato al muro compreso. Anche se ho dovuto fare una cosa che non faccio mai, neppure per dormire, abbassare tutte le tapparelle lasciando fuori il vento, l’acqua e i rumori di oggetti che volavano, sbattevano e poi cadevano. Tutti quei suoni e rumori messi insieme mi ricordavano quanto fossi lo spazio vuoto tra un quark e un’altro.

Man mano che le serrande scendevano, il frastuono rimaneva fuori insieme a quella sensazione di esser uno sputo in balia del dio della tempesta.
Eccolo lì il barbatrucco. La sensazione di esserne fuori, “la tempesta” era lontana, non esisteva più o quasi. Poi la mia mente ha ripensato a Bolsena, è il binomio è stato simultaneo, ero ancora uno sputo di nulla, solo che mi auto ingannavo.

Spesso gli umani fallaci lo fanno, ed io sono molto fallace. Gli uomini questo fanno, tirano giù le tapparelle, chiudono le serrande, per non vedere cosa c’è fuori e riuscire a vivere questa vita. Da ciechi.

(*) che poi chissà perché si dice tempo da lupi e non tempo da umani, siamo molto più feroci e brutali noi.

JUĜO


Il sole mi abbraccia, accarezza le mie mani, avvolge gli avambracci poggiati sulla scrivania. Amo questo tepore, mi fa stare bene. Appoggio le dita sulla tastiera e inizio a scrivere, solo due righe a fissare.

Sono in un periodo strano della mia vita. Comprendo e amo maggiormente le persone e nel contempo sono diventata più intollerante verso il mondo. Del resto la mia vita è stata sempre un ossimoro costante.

Ho iniziato a recidere in profondità rami secchi. Tolgo attenzione a persone e numeri di telefono dal cellulare. Vorrei togliermi anche il giudizio strisciante che ogni tanto mi ritrovo davanti (il mio sia ben chiaro, che quello altrui ora lo recido insieme alla persona), sorpresa di non essere stata capace di rinunciare alla mia umana imperfezione, stupita di non essere perfetta e di non avere opinioni senza giudizio. Ma il saperlo, il rendermene conto, fa si che quel giudizio strisciante appena portato alla luce, tenda a dileguarsi lasciando aperta la porta al “giudizio sospeso”. Con una sola esclusione, quando io giudico me, qui di sospeso poco, grazie al mio giudice interiore.

Quante parole insieme riesco a generare. Mi blocco con lo sguardo a mezz’aria a vederle passare ancora sotto forma di pensiero. Son sempre stata un’incubatrice di pensieri, partorisco me stessa tra una M e una B, eppure vivo bene solo quando le parole le vivo, molto meno quando le penso.

Dovrei esser più propositiva, lo so, ma il sole ha abbandonato la mia scrivania, comincio a sentire freddo.

STRONZATE


E che in questa epoca ci si dimentica dell’essenza della parola “amico”. In questa epoca ci sono gli amici di baldoria, gli amici di bevuta, gli amici per uscire, gli amici di convenienza e i trombamici.

Ma son stronzate. L’amico è uno solo, quello che cerchi, e che ti cerca, sia per ridere che per piangere, il resto è solo un occupare lo spazio vuoto della propria anima per paura della solitudine.

50 SFUMATURE DI ROSA


Tendo a idealizzare cose, situazioni e persone.
Se sono (troppo) lontane dal mio ideale, dipingo a tinta unita.
Intingo e do una pennellata di rosa.

Se la base è troppo grigia, una pennellata di rosa non basta. Quel brutto colore traspare ancora, allora passo e ripasso pennellate di rosa, fino a formare una spessa vernice, una crosta rosa. Peccato che le croste prima poi si crepino e si sbriciolano.

In questo periodo, sto vivendo così, sono in quel momento in cui la vernice si stacca e io vedo tutto quel grigio là sotto.

Il grigio non mi piace. Ci vivo male nel grigio. A nulla valgono le parole di chi mi dice “Guarda che tra il bianco e il nero, non c’è il grigio, ci sono i colori“. E io penso “Si forse, tra il bianco e il nero esistono i colori, ma in questo universo, io sono acromatopsitica“.
Per questo sospetto il rosa me lo sia portato qui da una me parallela, da un universo alternativo.

Mi dico che l’importante è esserne consapevoli, così sai già che ogni cosa, situazione o persona contiene già in sé il punto critico della disillusione, prima o poi lo incrocerai, prima o poi dovrai prenderne atto. Consapevole infine che non son loro a contenerla, ma tu e la tua vernice rosa che inizia a creparsi.

Quando lo diventi, consapevole, consapevole non illuminata intendo, allora accade. Ti leghi ma non troppo, vivi ma non troppo, ami ma non troppo, ti dai ma non troppo, perché nel troppo c’è la paura della disillusione. Questo perché arriva un momento nella vita, nella vita adulta, che non riesci più a distinguere le illusioni dai sogni.

Convengo con voi, è un post deprimente andante, ma ho finito la pittura rosa, devo aspettare la prossima fornitura dalla vita parallela.