IL RITMO DEI MINUTI


Di un paesaggio che ci colpisce particolarmente, che fa breccia in modo particolare nelle nostre iridi, diciamo: “Sembra dipinto”.

Di un quadro che ci attrae, e attraverso gli occhi scende in profondità fino a smuovere emozioni, diciamo: “Sembra vero”.

Abbiamo sempre bisogno di un opposto per esaltare la qualità di un momento di vita o di qualcosa cosa che abbiamo nel presente, o forse più semplicemente, non siamo mai contenti di quello che abbiamo e aneliamo sempre a qualcos’altro, almeno fino a che non riusciamo a ottenerlo.

Accade così, che mentre aneliamo sempre ad altro, minuto per minuto, invecchiamo, senza vivere veramente.

BICI


«Hai voluto la bicicletta? E allora pedala!»

A voi l’hanno mai detta questa frase? A me no, in compenso me la sono detta da sola un sacco di volte (ah, io e il mio censore interiore, ma questa è un’altra storia).

Poi ho smesso. Sono scesa dalla bicicletta e ho iniziato a camminare.

Ho scoperto la lentezza, lo sguardo, la potenza del no, il sorriso dell’accoglimento, lo scoprirsi, il piacere di un cammino e anche la certezza che qualche pezzo di strada lo devi far ancora pedalando. Ma lo scopo non è pedalare.

VIVERE FINO ALL’ULTIMO SORSO


 

 

Che poi la vita è tutta lì.
Non è mezzo pieno o mezzo vuoto.
È solo berla, la vita, fino all’ultimo sorso.

 

 

 

Lo scrivevo un anno fa, una notte, al ritorno di un

“chiamoloaperitivochedireubriachiamocisuonamale”.

Lo penso anche oggi. Lo scriverei anche oggi.
Solo che certe cose più che pensarle e scriverle, bisognerebbe viverle, e a me non sembra di farlo.

Isabel mi scrive su wapp: “Sei molto attiva in questo periodo, fai un sacco di cose!”. Se mi osservo da lontano, come se io non fossi io, devo darle ragione, ma come è che allora a me non sembra di far nulla? Di vedermi scivolare questa vita senza un vero scopo, senza fare qualcosa che sia degno, che abbia la capacità, di dare un senso a chi sono io?

Sto invecchiando, e questo non è il problema, il problema e che mi sembra di farlo senza aver fatto quello che dovevo fare. Come se avessi sprecato, come se stessi sprecando, questo tempo datomi.

Forse per questo quest’anno ho lasciato passare in sordina il mio compleanno, nessun proclama, nessun brindisi, nessun “Ci sei alla mia festa di compleanno?”. Non perché non abbia nulla da festeggiare, ma perché di preciso non so cosa festeggiare.
L’ho lasciato talmente in sordina, che anche mio padre si è dimenticato di me quel giorno, lo scrivo come constatazione di quello che accade intorno a me, perché che lui si sia dimenticato non m’importa. Che si sia dimenticato Willy invece si.

Non mi lamento sia ben chiaro, so perfettamente di avere questa capacità, essere incoerente al quadrato nella stessa frazione di attimo in cui sono stata coerente. Una vignetta di Coma Empirico, mi dipinge perfettamente. Lotto per trovare un porto sicuro, e un minuto dopo scruto già l’orizzonte per cercare di uscirne.

Ma sto divagando parlavo di vivere fino all’ultimo sorso, di quei sorsi che non son fatti di alcol, troppo facili quelli, ma di sorsi intensità con quel retrogusto finale di serenità. Quei sorsi che ti lasciano la sensazione che hai tra le mani il vino migliore che potessi avere, e di questo sei felice, e te lo gusti, con la vista, il tatto e il palato, fino al successivo sorso.
Invece io tendo a vivere di parole, prima di arrivare all’agito, devo convincere le cinquecento me, delle mille me, che albergano nella mente. E, credetemi, non è impresa facile.

E con questo post lo ufficializziamo, siamo entrate (io e le mille me) in un periodo introspettivo (leggasi segaiola mentale). Però quelle chaussures con il tacco alto potrebbero essere il mio prossimo acquisto, vuoi mettere l’ingresso, il primo passo, nel periodo introspettivo con quelle scarpe?

DALLA U ALLA U


UMILIARE
Strana parola mi è venuta in mente alla lettera U. Ho riflettuto sul perché, e poi ho compreso il motivo. Detesto chi umilia gli altri ed mi ritrovo a vederlo (o vedere che provano a farlo, magari con scarsi risultati, ma il tentativo esiste) quotidianamente sui social.

Lo vedo fare da politici su altri politici e da gente “comune” a gente “comune”. Poi si intersecano tra loro in un groviglio di tentativi di umiliare l’altro per annientarlo. Perché a questo serve umiliare le persone. Avvilirle a tal punto da spezzare, incrinare, qualcosa in loro, fargli provare un senso di inferiorità per assoggettarle.

Sospetto che chi usa questo atteggiamento, lo faccia per una motivazione che detesto più profondamente ancora: “Poiché non riesco ad elevarmi io, da questa fossa di guano, cerco di tirare dentro te“.

DALLA M ALLA O


MONTATURA
Ho cambiato la montatura degli occhiali.
Per noi quattrocchi la montatura è parte integrante del nostro corpo, e quindi cambiarla è come cambiare qualcosa di noi.
Non è come cambiare colore dei capelli (cosa che io faccio spesso, vedi alla lettera C), la montatura è una cosa che ti porti per anni. Cambia la percezione del tuo viso, come ti vedi e come ti vedono.

Cambio occhiali, cambio colore capelli, forse dovrei cambiare l’avatar che ho qui, forse dovrei rinnovare il blog, ma amo questa mia foto con uno dei miei gatti. Io e lui che guardiamo nella stessa direzione.
Dovrei riuscire a fare uno scatto che amo con la stessa intensità.

 

NOTE
Una vita con le “note a margine”: le cose che avrei voluto fare, i sogni che ho avuto, quelli infranti, le decisioni da prendere, le occasioni perdute, quelle mancate, quelle parole pensate e mai dette, quelle dette con paura, le emozioni contratte e le lacrime trattenute. Tutte note a margine della mia vita. Chissà se avessi avuto più coraggio di vita e quelle note a margine le avessi vissute, chissà come sarebbe la mia vita ora.

OROLOGIO
Quest’anno ho comprato un orologio e l’ho messo al polso. Nulla di speciale a parte che lo avevo tolto nell’estate del 2003 per non rimetterlo più.

Lo tolsi non per ribellione, ma per un fortuito incidente, uno strano insetto mi punse il polso che si gonfio moltissimo e m’impedì di portare l’orologio per qualche giorno. Fu allora che mi accorsi che vivevo benissimo senza. Non solo arrivavo sempre e ovunque in orario (per me è un rispetto verso il tempo altrui), ma non guardare l’ora, spesso “allungava” il mio tempo.
Ho vissuto con il tempo e con i suoi ritmi, ho avuto notti durate 15 minuti e giornate di 76 ore.

Perché l’ho rimesso? Combinazione fortuita ancora. Comprai un contapassi e questo aveva anche la funzione orologio. Dopo 16 anni mi son resa conto che ero andata oltre all’orologio come padrone del tempo, lo avevo portato a strumento del tempo umano. Ho imparato che il tempo seppur corra veloce, mi lascia sempre tempo. Ho appreso che quando vado in ansia per il tempo (accade ancora qualche volta) è solo perché è l’esterno che preme, o io che cado nel gioco della performance.
Il tempo è fluido, siamo noi che siamo rigidi.

DALLA A ALLA C


AMORE
Ho sempre cercato l’amore che mi completasse. Sbagliavo ero già completa, avevo bisogno di un amore che mi ampliasse.
Ero completa e non lo sapevo. Dovevo solo trovare i pezzi dei puzzle di me nascosti e metterli nel giusto ordine.

Nel frattempo, più o meno inconsciamente, credevo che per essere completa avevo bisogno del fuori. Scambiavo i vuoti degli uomini dai puzzle separati, come se le loro anse concave e convesse, dovessero incastrarsi con le mie. Un colmare il proprio vuoto con il vuoto altrui, che idea folle, scambiare l’amore per questo.
Il pezzo mancate ero io e non lo sapevo.

Nessuno ci completa, siamo già completi, abbiamo solo i pezzi sparsi nel nostro universo, dobbiamo darci il tempo di assemblarci. Vale per tutti noi.

BERLINO
Nel mese di giugno sono andata, finalmente, a trovare Progenie a Berlino. Poco tempo. Un paio di giorni. Se mi chiedete cosa penso di Berlino non saprei dirvelo. Si può conoscere una città così grande e sfaccettata in due giorni?

Mi porto il ricordo di una città con la metro pulita, una lingua incomprensibile (per me), il silenzio serale, i bicchieri di vino riempiti il doppio di quelli italiani (allo stesso prezzo), le strade con i marciapiedi larghi, la cucina multietnica e il cibo vegano ovunque, solo per questo le darei come voto 10+.
E poi gru, immense e gigantesche gru ovunque, che costruiscono e/o sistemano ciò che è già costruito, ristrutturandolo. Berlino è una città viva, ecco se proprio volete una definizione, è viva.

A Berlino ho scoperto, che la cosa che in questa società accomuna gli uomini, sono i centri commerciali. Sono quasi identici in ogni parte del mondo.

CAPELLI
Cambierò per l’ennesima volta colore dei capelli. Ormai faccio fatica a ricordarmi il mio colore originale.
Bionda, nera, rossa, prugna, pannocchia (ma quello fu un errore di valutazione della tinta), violetta, lillà, bluette, bianca, grigia, rosa.

Mi guardo allo specchio e mi dico. “L’ultima volta, poi li lascio del loro colore”, poi accade sempre qualcosa che mi fa cambiare idea.
Il mio parrucchiere me lo ha confessato, sono tra le sue clienti preferite, perché con me non si annoia mai. Così quando cerco di essere “normale” io, mi propone le “pazzie” lui. Quindi diverrò Living Coral.

PS: mi rimangono da postare tutte le altre lettere dell’alfabeto 😉

FOTOGRAMMI


Milano è anche questa. Ferma al semaforo lo vedo.


Rovista tra la spazzatura a cercare qualcosa che potrebbe servirgli. E son quasi sicura che ci sarà, lo sa anche lui.

Milano è fatta anche di questo, mi ripeto mentre in maniera quasi inconscia faccio “click”.
Rubo questo scatto, non so perché, mentre un leggero senso di colpa mi lambisce, poi penso “Faccio click su una realtà che esiste, non la creo”.
La mia coscienza interviene “Sicura di non essere tra quelli che la creano?”

Milano è fatta anche di questo, ma non solo di questo, mi dico per consolarmi mentre il semaforo diventa verde e io vado.
Lascio alle mie spalle l’uomo, i sacchetti e la ruera*, mi porto il ricordo e il mio “click”.

Non so neppure perché scrivo questo post, credo mi pesasse l’averla solo dentro quell’immagine. Perché, per rispondere alla mia coscienza, forse io questa realtà non l’ho creata, ma se faccio finta di non vederla, la alimento.

*ruera: termine dialettale milanese per dire immodizia