OSSIMORI


Ne ero sfuggita, come di solito fuggo da tutte le app, ma poi a mia insaputa (oh mai che a me comprino case vista Colosseo a mia insaputa, ma mi “ciulino” solo foto) hanno preso la mia immagine profilo di whatsapp e me l’hanno inviata modificata da questa app che pare stia spopolando per il globo terracqueo.

Mi sono vista.
Mi sono detta Ommidio.
Ho visto pezzi di mia madre in me.
Ho visto pezzi di mia nonna in me.

E’ stata una sensazione strana. Come se tutte le donne della mia linea genetica femminile fossero lì con me e io fossi loro nel contempo (giuro son sobria e non fumo canne, ammettiamolo, son così naturelle).

Mi son detta: “Preferisco la versione young, ma diverrò la versione old, salvo che non trovi il modo di ringiovanire invecchiando”. Mentre guardavo le due foto insieme, quel pensiero che avanzava: “Di solito aneliamo al nostro futuro, mentre rimpiangiamo il nostro passato“. Gli esseri umani son ossimori fatti carne.

Guardavo le due foto insieme. La percezione di vedermi, ma non ero io, e la sensazione che per gli esseri umani di solito è così. Guardano se stessi, ma non si vedono per quello che sono, e quando osservano fuori, non vedono che le copie altrui. Pochi si raggiungono e si specchiamo per quello che sono e ancor meno hanno la capacità di vedere e riconoscere gli altri.

A volte questo mondo mi sembra un tantino difficile, ma forse è solo venerdì pomeriggio ed è arrivato il momento di affogare i pensieri in un prosecco. Si sa, le bollicine, intrappolano i pensieri, e volando via, li portano altrove.

RIFLESSI


Il problema degli specchi è che guardi con i tuoi occhi e quindi spesso non vedi quello che c’è, ma quello che percepisci tu.

Credo di averlo sempre saputo, inconsciamente, per questo a volte divento segaiola mentale, perché guardo e riguardo questa realtà alla ricerca di un segno che mi faccia comprendere. Sto osservando quello che accade o il riflesso di una parte di me?

Quello che tu a volte vedi in me come tentennamento, come cambio, come incongruenza, non è altro che la continua messa a fuoco della realtà.
Ciò a volte esaurisce.

Sospetto che sia questo che mi snerva fino a cercare l’isolamento, in modo che io non abbia la tentazione, il desiderio, la necessità o l’obbligo di cercare la verità esterna, poiché mi risulta difficile non farlo. Ogni volta cercare di capire se quello che vedo in una persona è una proiezione di me o la persona stessa.

Avrei dovuto nascere più semplice.

LA SCELTA


Questo mondo è un mondo di carnefici inconsci, quelli che per paura di diventare vittime, diventano carnefici.

Eppure lo sento che in mezzo a tutto ciò esiste il liberum arbitrium. Potremmo scegliere di non essere né vittime, né carnefici, ma abbiamo paura.

La libertà presuppone responsabilità che preferiamo sputare sugli altri. Tappiamo il nostro dolore, il nostro mancarci, mentre ci droghiamo di obblighi inesistenti, di desideri contraffatti, esacerbiamo la voglia di godimento, qualsiasi, quasi a soffocare il sentire. Inutilmente.
Quel flebile suono dentro noi ci ricorda sempre la nostra mancanza. Avremmo potuto e non siamo.

50 SFUMATURE DI ROSA


Tendo a idealizzare cose, situazioni e persone.
Se sono (troppo) lontane dal mio ideale, dipingo a tinta unita.
Intingo e do una pennellata di rosa.

Se la base è troppo grigia, una pennellata di rosa non basta. Quel brutto colore traspare ancora, allora passo e ripasso pennellate di rosa, fino a formare una spessa vernice, una crosta rosa. Peccato che le croste prima poi si crepino e si sbriciolano.

In questo periodo, sto vivendo così, sono in quel momento in cui la vernice si stacca e io vedo tutto quel grigio là sotto.

Il grigio non mi piace. Ci vivo male nel grigio. A nulla valgono le parole di chi mi dice “Guarda che tra il bianco e il nero, non c’è il grigio, ci sono i colori“. E io penso “Si forse, tra il bianco e il nero esistono i colori, ma in questo universo, io sono acromatopsitica“.
Per questo sospetto il rosa me lo sia portato qui da una me parallela, da un universo alternativo.

Mi dico che l’importante è esserne consapevoli, così sai già che ogni cosa, situazione o persona contiene già in sé il punto critico della disillusione, prima o poi lo incrocerai, prima o poi dovrai prenderne atto. Consapevole infine che non son loro a contenerla, ma tu e la tua vernice rosa che inizia a creparsi.

Quando lo diventi, consapevole, consapevole non illuminata intendo, allora accade. Ti leghi ma non troppo, vivi ma non troppo, ami ma non troppo, ti dai ma non troppo, perché nel troppo c’è la paura della disillusione. Questo perché arriva un momento nella vita, nella vita adulta, che non riesci più a distinguere le illusioni dai sogni.

Convengo con voi, è un post deprimente andante, ma ho finito la pittura rosa, devo aspettare la prossima fornitura dalla vita parallela.

SENZA TITOLO


Flusso immobile
Cristalli di attesa
Dilata l’animo

SINCRONICITA’


O erano più grandi di me o erano più giovani di me.
Come se vivessi costantemente la vita in anticipo o in ritardo.

Sempre in un constante anticipo del futuro mentre viaggiavo in un ritorno al passato.

I coetanei, questi sconosciuti, non erano mai dove ero io, o quando c’erano erano presi a far altro, di solito a corteggiare altre donne.

Questa diacronicità era estesa. Se ero predisposta ad innamorarmi io, lui non lo era. Se lo era lui non lo ero io.

Forse a pensarci bene ero perfettamente sincrona, ogni volta, ero esattamente al polo opposto di dove avrei potuto trovarlo, l’amore intendo.

Io, comunque, sempre al polo opposto della parola “facile”.

A voler ben vedere, una mia forma di sincronicità la possiedo, solo che è quella dell’antimateria.

NOIA


In principio, dunque, era la noia, volgarmente chiamata caos. Iddio, annoiatosi della noia, creò la terra, il cielo, l’acqua, gli animali, le piante, Adamo ed Eva; i quali ultimi, annoiandosi a loro volta del paradiso, mangiarono il frutto proibito. Iddio si annoiò di loro e li cacciò dall’Eden.

(Alberto Moravia)

Ed io (non Iddio, anche se a volte l’autostima è molta) mi annoio tantissimo in questo periodo. Mi annoio delle cose dette e ripetute. Mi annoio dei discorsi, di cui so mentre ascolto, svolgimento e dove porteranno o non porteranno. Mi annoio del ripetersi ordinario quotidiano. Mi annoio dei miei pensieri. Mi annoio dei social e dei post a fotocopia. Mi annoio dei tentativi di apparire diversi per esser infine tutti uguali. Mi annoio di questa mia vita sempre uguale che mi fa morire d’inedia.

Mi salva, mi dà resilienza, l’idea che la noia non sia altro che il bozzolo chiuso della crisalide. In quel buio silenzioso, in quel far nulla accade l’inizio della mutazione. E questa insofferenza che sento verso la mia vita, il mondo e una (grossa) parte della “gggente”, non sia altro che un tentativo di uscire dal guscio, un rompere gli schemi, perché  la mia vita attuale ormai mi sta stretta.

Sì ma… nel frattempo mi annoio, e non ho neppure nessuno da cacciare dall’eden, se non me stessa.