FLUIDA


I miei pensieri volano come rondini ai primi freddi. Cercano posti caldi dove adagiarsi e riprodursi.

Tengo stretto a me il cuore. Non per avarizia, non per paura, ma nella ricerca di chi lo tiene allo stesso modo, in attesa di donarlo a me.

Emozioni come gatti acciambellati accanto al fuoco del camino. Aspettano di sciogliersi con il calore.

Sospiro a riempire l’aria di me.

Mi ascolto il petto nel mio librarmi, cadere, per poi riprovare ancora il volo.

Chiudo leggeri gli occhi a vedere, dietro le palpebre, le immagini dei miei sogni fatti colore.

Le mille me si siedono ai bordi del fiume, muovono le dita dei piedi nell’acqua, a percepire il suo parlare tra vibrazioni e carezze. Divento fluida insieme a lui.

Io sono anche questo.

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COSINA


Stamattina l’ho sognata. Ma era un sogno? Ero in quella fase in cui sei sveglia ma non ancora caduta in questo mondo.

Era acciambellata, vicino alla mia pancia mentre ero, a mia volta, acciambellata di lato. Riuscivo perfino a sentire la consistenza fisica della sua presenza, il mio braccio ad avvolgerla, per poi rendermi conto che non era possibile, ma sentirla lo stesso.
Ed è allora che è esploso il dolore, quello che quando uno è vigile, controlla sempre, modula, gestisce. Quello di avere la certezza di non poterla più sentire, toccare, annusare e abbracciare in questa vita. Mi son piegata in due, rannicchiata a volerlo contenere. E son fuggita in un sogno. A stemperare un vuoto che con i pensieri non riuscivo a colmare.

Mi son ritrovata nella mia stanza. Un monolite grezzo, nero, lucido, appuntito, tipo Stonehenge, faceva parte della mia camera da letto. Si era spezzato e aveva preso altra forma, una L, alzata da terra.
Ho sognato quella stessa stanza, invecchiata, in cui si vedevano alle pareti i rimasugli di scotch adesivo, fogli appesi ormai spariti, che rammentavano un lontano passato staccato e chissà dove, ormai, volato via.
Pensavo che avrei dovuto ridipingere e cercavo aiuto per incollare il monolite e riportarlo alla sua vecchia forma.

Pochi minuti di sogno ed è arrivata l’orda felina.
La piccola Sophie che cerca carezze e dispensa fusa mentre si infila sotto il piumone, tra braccio e collo. Loki in paziente attesa sul comodino ad osservarmi da vicino. Moka cui pesa far il maschio forte perché “oh io son maschio coccoloso, dai impastami la pancia”, si adagia al mio fianco. Atena, signora Alpha di casa, nume tutelare, mi sorride con gli occhi e con la coda ritta. Smilla la paurosa si mette in fondo al letto e Morgana controlla da lontano.

Sono donna fortunata, fusa e amore come cascate, che noi al Niagara ci facciamo le pernacchie, ma Lei manca lo stesso, molto più di quanto avessi mai potuto immaginare.

I cromosomi della mia anima si sono intrecciati con i suoi.

CREPE


Ti amo ancora” e mi tappo subito la bocca con la mano. Cerco di porre rimedio a quella frase sfuggita, in cerca di libertà, a un cuore che la teneva prigioniera.

Ho sbagliato a dirtelo” dico subito spaventata. Vibra come un diapason il miocardio, pensando che questa frase ti farà fuggire da me.

No” mi dici e mi attiri a te “Ho bisogno che tu me lo dica“.

C’è qualche crepa in questo mondo, perché il figlio di Ipno e di Notte, porta sempre il suo universo in questo.

morfeo

DENTE DI LEONE


Non si inizia mai un discorso con e, ma, però. Ma nel mio mondo si, poiché tutto si può e niente si può.

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Ma puoi dire cose senza senso per parlar sensatamente.
Ma puoi portar la leggerezza e l’apertura di cuore.
Ma puoi essere serio con leggerezza ma non allegro con pesantezza.

Nel mio mondo la reclamo la leggerezza, come brezza, vento che scompiglia i capelli e arruffa i pensieri.

Però se mi soffi allegria, mando in giro sorrisi.
Però se mi tieni la mano, il cuore prende la forma del tuo.
Però se mi baci una ciocca sul collo, ti rispondo con la pelle.
Però se mi apri il tuo cuore, ne farò la mia tana.

Nel mio mondo non son cuor di leone, ma dente. Come lui ho rizomi profondi. Son amara ma non cattiva. Ho radici ma tendo a volar via.

E se mi parli di te, ti parlerò di me.
E se mi tieni accanto, ti porterò con me tutta la vita.
E se mi ascolti, ti dirò il mio π
E se porti i colori, ti regalerò pareti da dipingere.

E lascio fuori tutte quelle cose che il cuore lo fanno contrarre, ma non d’amore. Le persone che scivolano sulle altre come fossero lastra di ghiaccio. Chi pensa sempre a se. Chi del silenzio fa arma. Chi si veste di carnevale e cela l’omertà. Chi si abbevera alla sorgente ma poi sputa veleno.

E porto qua con me, il cuore che fa “bum bum cha” e sorride, sorride stupidamente a questa vita, perché in quel bum bum c’è l’universo intero.

CANDORE


Diciamolo, questo accade, rimaniamo sempre un pò bambini all’inizio dell’adolescenza. Cresciuti troppo in fretta, con un piede nel candore dei nostri sogni e uno nel sudiciume di questa vita.
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Parliamo di realtà (ci parlano di realtà), ma vorremmo continuare a sognare. Sognare quella vita che avevamo immaginato, sperato, agognato e che per un destino, forse scelto da noi stessi, non è mai arrivata.

Allora facciamo i conti con la nostra anima piena di macchie, ma che si ricorda la semplicità del giocare con le mani e il pulviscolo invisibile, nelle lame di luce del sole.

In quel momento possiamo trasformare i macigni poggiati sul cuore. Abbiamo la facoltà di trasformarli in sassi e di lanciarli, a pelo d’acqua, cercando di farli rimbalzare più volte, cosicché si allontanino da noi.

Dipende da noi, solo da noi, raccoglierci, anche se con delle incrinature date dal vivere. Prenderci e portarci a vivere, riportare i nostri sogni nella realtà, con il candore dell’età adulta. Quello consapevole, quello che nessuno ti può portare via, perché lo hai scelto.

MUMMIE


E’ la capacità di credere nei propri progetti, nelle proprie idee, nei propri ideali, nel proprio “sentire” che fa sì, che questi, si nutrano e si dischiudano in questo mondo.

Non credete a chi vi dice “Tanto poi… è inutile“. Non ascoltate chi vi sottolinea che “Si è sempre fatto così“. Non date retta a chi sommessamente vi sussurra “Vedrai vedrai“. Quelle parole, quelle induzioni, sono acido corrosivo delle vostre potenzialità.

Lottate per quello che credete, per quello che amate e per quello che sentite. Fatelo con gentilezza, determinazione e rispetto, ma lottate per voi. Siamo impastati di quelle “cose” nel dna, se le lasciamo rinsecchire, noi diverremo aridi. Mummie. Voraci. Di sogni altrui.
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E qui chiedo scusa pubblicamente a Progenie. Scusa per tutte quelle volte che io, in qualche modo le ho dette a te. Avevi ragione tu. Si è sconfitti nel momento stesso in cui non si prova e si rinuncia.

L’ho sempre detto e lo ripeto ancora per l’ennesima volta: “Spero di averti insegnato quanto tu hai insegnato a me“.

CALAMITA


Ti dipingo, mi hai detto.

Nella stanza abbandonata, con i mobili e le pareti coperte da lenzuola, hai iniziato ad usare le bombolette spray. Rosso, blu e un colore che non ricordo. Colori con furia.

Poi hai strappato tutto. Ti sei girato e mi hai detto “No, tu non sei questa” e sulla parete nuda e bianca hai usato un solo colore.

Dipingi un araldo, uno stemma tra l’oro e il giallo. Delle volute tondeggianti, a formare un ovale vuoto al centro, che uniscono altri ghirigori a formare delle ali ai lati.

Ti guardo, ti volti. Mi spingi al muro. Ma non è sesso, non lo facciamo. Ci guardiamo negli occhi. Precipi-ti-amo. Ti stacchi da me, non ti trattengo.

Il cuore mi esplode. Calamita il tuo del mio.
Mi si squarcia il petto nel desiderio di accompagnarti.

Non finirà mai questo cercarci per poi abbandonarci?

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