FOTOGRAMMI


Milano è anche questa. Ferma al semaforo lo vedo.


Rovista tra la spazzatura a cercare qualcosa che potrebbe servirgli. E son quasi sicura che ci sarà, lo sa anche lui.

Milano è fatta anche di questo, mi ripeto mentre in maniera quasi inconscia faccio “click”.
Rubo questo scatto, non so perché, mentre un leggero senso di colpa mi lambisce, poi penso “Faccio click su una realtà che esiste, non la creo”.
La mia coscienza interviene “Sicura di non essere tra quelli che la creano?”

Milano è fatta anche di questo, ma non solo di questo, mi dico per consolarmi mentre il semaforo diventa verde e io vado.
Lascio alle mie spalle l’uomo, i sacchetti e la ruera*, mi porto il ricordo e il mio “click”.

Non so neppure perché scrivo questo post, credo mi pesasse l’averla solo dentro quell’immagine. Perché, per rispondere alla mia coscienza, forse io questa realtà non l’ho creata, ma se faccio finta di non vederla, la alimento.

*ruera: termine dialettale milanese per dire immodizia

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MANI


Mentre firma osservo le sue mani.
Il primo pensiero.
Consumate.

Mani che hanno lavorato, che lavorano ancora oggi. L’aspetto è di mani nate con una forma, e nel tempo trasformate.
Mani che diventano dure perché una vita dura va affrontata alla pari.
Mani che non fanno pensare alle carezze, ma lo sguardo dell’uomo è ricolmo di gentilezza.

E’ un imprenditore (piccolo) della zona, ma qua tutti i “piccoli” hanno mani come lui. La gente spesso alla parola imprenditore abbina “soldi”, non fa differenza tra grandi aziende e piccole. Ma i piccoli dalle mie parti lavorano più dei propri operai, mentre navigano nell’incertezza degli insoluti, dei tributi e del “mi serve per ieri”.

Ripenso ad altre mani che ho visto negli anni. Mani curate, dalla pelle delicata, morbida piacevole al tatto, ma a volte dall’anima mendace.

Guardo le mie di mani.
Invecchio.
Si vede dalla pelle non più liscia e tesa e dai miei pensieri.

ACCANTONO


Due parole in chat con Progenie di mattina presto. Tra un come stai e un come stai tu, tra un cosa fai e come sta Pecetta, è sbucato il discorso sulla serietà. La mia. Da qui questo post.

Sinceramente io mi vedo meno seria di quello che gli altri vedono.
Probabilmente sono io che non vedo come mi vedono.

Concordo sul fatto che l’usare parole come “responsabilità” e “verità” (la ricerca, io ancora non la posseggo) mi fa apparire seria e rompiballe (sospetto più quest’ultima). Eppure io son meno seria di quello che sembro, solo che, come molte altre persone, vivo con un tipo di sensibilità sottopelle. Quella che a qualcuno fa dire che son “esagerata”. Mentre a me fa vivere con la presenza costante, inconsapevole, di “emozioni”.

“Emozioni” che negli anni si sono sommate. Qualcosa, ogni tanto, le riporta in superficie, come stamattina appena finito il discorso con Progenie. Facebook mi ricorda un mio vecchio post (se clicchi sulla foto ti ci porto, se non ti interessa vai sotto la foto).

Anno dopo anno, ascolto dopo ascolto, la crudeltà umana mi appare sotto forma del massacro di Sabra e Shatila eseguito da chi alle spalle aveva subito i massacri dei campi come Auschwitz. Mi rammento i Gulag e i campi di concentramento Serbi come quello di Omarska. Ricordo i campi di “educazione” cambogiani degli anni 70 e gli attuali campi di detenzione libici, di cui l’europa è socio di capitale.

Ho un bimbo di tre anni nel cuore, il suo nome è Aylan, morto affogato nel mare, cercando di scappare dalla violenza. Nel muscolo cardiaco, insieme, tutti quelli morti dopo lui, senza nome, anche pochi giorni fa.

Potrei parlarvi del genocidio degli Aborigeni in Australia e perché non ricordare cosa è stato fatto agli Indiani d’america?
Ecco perché sembro seria. Non so voi, queste cose vivono costantemente con me. Anche quando rido e scherzo, anche quando non ne sono consapevole, anche quando faccio la cogliona e all’ennesimo bicchiere di rosso divento una buffona.

Io non dimentico. Accantono solo per un pò.

(click sulla scritta)

MASCHERE


Mentre scendo il sottopasso per andare al binario lo vedo, altissimo, magrissimo, in sostanza un “insetto stecco”. Avanza verso me.
Ha i capelli verdi, la faccia bianca, una scritta sulla fronte, immagini di carte e altro dipinte sul collo e sulle mani, catene dorate ai polsi. Una giacchetta che mi domando come non senta freddo, un lungo bastone viola che batte al suo camminare e quei denti metallici, quasi fossero fauci di un mostro post moderno. Di sicuro non passa inosservato. Però essendo un “insetto stecco” lo noteresti in ogni caso. Mi viene incontro e mi supera andando in direzione opposta alla mia.

Me lo trovo casualmente (ma esiste qualcosa di casuale nella vita?) nella stessa carrozza dove salgo poco dopo. Istintivamente vado a sedermi di fronte a lui, mi siedo, apro il mio libro e inizio a leggere. E’ semplicemente un ragazzo vestito da The Joker, le persone si spaventano in silenzio (non scherzo) non vedendo la verità che hanno di fronte. Interpreta un ruolo, interpreta il cattivo a spaventare il mondo che spaventa lui. Ecco perché mi siedo di fronte a lui. Perché lo comprendo, spesso anche io ho paura di questo mondo.

Un paio di minuti prima di arrivare in centrale si alza ed esce dalla carrozza. Appena la porta si chiude dietro lui, la ragazza nei sedili opposti a lato, dice all’amico “Mi fa paura”. Un vecchio si alza per raggiungere anche lui l’uscita prima di arrivare in centrale, si ferma accanto alla ragazza e comincia a parlarle. Borbotta verso il ragazzo. Afferma che un ragazzo così è sicuramente dell’altra sponda (che ancora io non ho capito quale sponda sia la giusta), e prosegue a denigrare.

Li ascolto e nel frattempo penso “Dio dammi la capacità, l’intelligenza e la forza di non invecchiare così”.
Credo che il vecchio lo denigri perché è spaventato anche a lui, moderno Laio che teme Edipo. Essendo “uomo” non può dimostrarlo neppure a se stesso e quindi davanti alla ragazza “spaventata”, lo distrugge metaforicamente, per cercar di rassicurare entrambi. Il vecchio trucco “Se non riesco ad alzarmi io, faccio cadere te, così siamo allo stesso livello”.

Alzo la testa, mi parte involontario lo sguardo di disprezzo, spero noti il disprezzo per farlo vergognare. So che potrei ottenere non la vergogna, ma l’incazzatura, non mi importa. Mi sale l’antica anima guerriera, pronta alla battaglia per i suoi valori. Poi respiro e lentamente (con fatica, lo ammetto) cambio sguardo. Comportarsi così non ha senso, disprezzo chiama disprezzo, guerra chiama guerra. I cambiamenti sociali hanno tempi non umani. Bisogna parlarne allo sfinimento, con pacatezza ma con determinazione, per un’intera generazione, perché la successiva ne benefici, almeno in parte.

Ripenso al ragazzo “insetto stecco”, penso ai suoi vent’anni, penso alla sua maschera, al suo gioco di ruolo. Penso che in quella carrozza di maschere ve ne fossero tante. Una visibile la sua, le altre invisibili. Queste ultime, portate dalle persone per così tanti anni, da confondersi con la persona stessa.

Chissà quali indosso io senza sapere.

LEGGO DI ME


Ripiego le mie parole una a una. Allineo le emozioni scombinate. Distendo i pensieri attorcigliati. Lentamente sciolgo ogni nodo e compongo delle piccole matassine colorate e le metto accanto alle parole ripiegate.

Non dimentico niente, ma non conservo con me il peso del ricordo. Lo ripiego, in piccole scatoline, insieme alle parole in fondo un cassetto, non quello dei sogni, in un’altro.

Non dimentico niente, perché dimenticare non sempre è un bene. Altrimenti non impareremmo mai nulla dalle cose che ci accadono. Ogni volta con la fiamma ci bruceremmo, non ricorderemmo di buttare la buccia e mangiare solo il frutto. Le cose che mi accadono quindi le ripiego e le conservo nei cassetti della memoria. Belle o brutte che siano.

Poi arriva un momento nel quale avverto il sentore della cosa già accaduta. Vado allora a riaprire i cassetti, scartabello e cerco, finché non trovo. Trovo tutte le volte che è accaduta. Allora sommo. Uno più uno più uno più uno. Quella cosa è già accaduta altre volte.
Così scopro le dinamiche, positive o negative, mi accorgo in quel modo delle ripetizioni costanti della mia vita.

Se la ripetizione è bella, sorrido e ringrazio questo mondo per il dono. Ripiego i pensieri e le parole, li rimetto nel cassetto, e conservo con me l’emozione nel cuore.

Accade più sovente il contrario, la dinamica tossica, che avvelena, che ti mangia e consuma. A quel punto ne prendo atto.

Uno più uno più uno più uno più uno = troppo.

Prendo tutte le parole, i pensieri, le emozioni che la riguardano. Dispiego tutto davanti a me. Osservo lentamente. Leggo di me.
Possono passare ore o anche giorni. Mi faccio una visione d’insieme della dinamica, tiro fuori l’insegnamento, poi accartoccio. Accartoccio tutto insieme. Accartoccio come si fa con un foglio di alluminio. Accartoccio in una piccola palla e butto via.
Accartoccio pensieri, ricordi, frasi, emozioni e persone. Faccio spazio perché in quel vuoto ci possa entrare il nuovo.

SORSI


Digerire il vino rosso alle sei del mattino, è chiaro sintomo di una serata passata con gli amici.
Cinque teste, tre bottiglie. E la promessa non mantenuta, come sempre, di “un bicchiere e via, senza far tardi”.

Un sorso di vino e un pensiero, mentre ti dicono che sei troppo esigente. Un pensiero e un sorso di vino, mentre ti dicono “eh sì… e allora ciao”.

Un sorso di vino e trilla il cellulare con i messaggi di chi parla d’amore, ma non per te, ma per se.

Un sorso di vino e te lo domandi come è questa cosa,  chiedono sempre a te consigli d’amore. A te, che viaggi sola da una vita, a te che di uomini ne hai avuti pochi e pure sbagliati, a te quindi che sei poco attendibile a dar consigli giusti.

Un sorso di vino e gli amici un po’ te lo consigliano “e dalla un po’ via”. Tu la daresti anche, ma mica tutti van bene, e riparte il “sei troppo esigente”.

Un sorso di vino e te lo dici, perché mai dovrei pretendere da un uomo meno di quello che pretendo da un amico?

Due sorsi di vino e vedi le domande che ti fai, galleggiare sulla superficie del bicchiere.
Lo sai, domani il vino non ci sarà più, ma le domande saranno lì, tutte.

Dimensione Oltre by R.M.

Grazie RM di aver abbinato il tuo “Oltre” al mio.

DANGEROUS


Il respiro corto, come se avessi corso, per un breve tratto, sotto la pioggia.

Quella sensazione, alla bocca dello stomaco, come se il respiro arrivasse lì e scomparisse in una voragine. Dietro sè, quella sensazione, come un salice piangente, i suoi rami, mossi dal vento ad accarezzare le pareti carnose ad ogni respiro.

Quella contrazione muscolare.

Quel pensiero che fugge dal recinto appena non è osservato a vista.

Quell’istinto alla fuga.

E infine quello sbuffo, a riportare quel respiro scomparso poco prima, di nuovo alla luce.

Tutto ciò ha un solo nome.
PERICOLO.