RABARBARO


Ci sei tu, tu che hai più bisogno di sicurezza che non di verità. Poi ci sono io, io che oscillo tra il bisogno di una e l’irrinunciabilità dell’altra.

In questo ondeggiare mi perdo, tra quello che voglio e quello che fa di me chi sono.

Questo fluttuare mi porta in un equilibrio instabile. In sospensione.
Così capace con l’esterno, così cieca con l’interno.

Hai il sapore del rabarbaro, ma io il rabarbaro lo amo.

STANDING ROCK RISING


C’è stato un certo punto, da piccola, molto piccola, mentre guardavo i film in bianco e nero, nonostante John Wayne e molto prima di Dustin Hoffaman, in cui ho cominciato a parteggiare per loro. L’istinto mi diceva che non era andata proprio come Wayne attore suggeriva.
Credo sia iniziato allora il mio parteggiar con le minoranze. Quando si giocava a “cowboy e indiani”, io volevo sempre far l’indiano. Poi ho visto “Il piccolo grande uomo” e quello che avevo insito in me come percezione è esplosa come certezza nella mente.

Oggi, a distanza di anni e anni, parteggio ancora per loro, perché hanno combattuto, stanno combattendo, anche per noi.

Mi ritrovo dalla parte di una minoranza in un mondo che pensa con una lungimiranza pari a -2 e non riesce a capire l’importanza del suolo che calpesta.  Tutto ciò in nome di un demone chiamato denaro, che si traveste con la tunica “progresso”. Tunica che si strapperà appena avrà ottenuto il controllo assoluto.

In un mondo dove la gente si insulta e odia, io sto con la gente che ama e prega.

Foverer standing with you

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Standing Rock Indian Reservation

Dakota Access Pipeline protests

Facebook Standing Rock Rising

EMUOVITI


Dal mio personalissimo progetto Emuoviti, emozioni in movimento, vi ho parlato altre volte, sono i miei micro supporti economici.

A febbraio il mio micro contributo per la razza umanoide va Emergency.
In Iraq, in Afghanistan, in Africa, in Uganda e anche in Italia curiamo uomini, donne e bambini vittime della guerra e della povertà. Non ci interessa da dove vengono, in quale Dio credono, qual è il colore della loro pelle. E a te interessa?
Costruiscono ospedali, curano uomini e cuccioli di uomini. Nonostante l’anima oscura che l’uomo ha insita in se, loro continuano a nutrire la parte di luce.

Il mio micro contributo per la razza non umanoide va anche questo mese a Andrea Cisternino – Rifugio Italia Ukraine.
Che dire di lui che non ho ancora detto? So che se non potessi tenere io i miei amori pelosi, spererei che li adottasse lui.

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J’ACCUSE


Oceano indiano e Mediterraneo.
Acque diverse, tragedie uguali.
O forse peggiori.

Io ne son venuta a conoscenza da poco, ma è da molto che accade. Non riusciamo a stare a dietro alle atrocità che commettiamo come genere umano.

I Rohingya li avete mai sentiti nominare? Eppure sono due milioni, non sono riconosciuti come popolo, gli è stata tolta la cittadinanza. Vivono in mezzo a diversi stati. Affiancarli come paragone ai kurdi è un attimo.

Questo è un J’ACCUSE ben preciso alla Birmania, al Bangla Desh ed il Pakistan, dove questa minoranza cerca di vivere, o meglio da cui ora cerca di scappare verso la Malesia, alla Thailandia e L’Indonesia che però non li vuole.

Questo è un J’ACCUSE ben preciso verso quei paesi buddisti. Buddismo che “insegna” una filosofia di vita e di accoglienza ben precisa che con quel popolo fantasma non sanno applicare.

Questo è un J’ACCUSE ben preciso ai loro capi politici, compresa Aung San Suu Kyi, capo della Birmania e premio Nobel per la Pace.

Questo è un J’ACCUSE a noi italiani, a noi europei, che in questi paesi ci andiamo per divertici, sulle loro spiagge a fare i frikkettoni, gli alternativi, e rimaniamo ciechi su quello che accade.

Sapete, anche qui ho provato a cercar di capire. Giusto sbagliato. Buoni cattivi. Come per la vicenda di Aleppo e della Siria. Io non riesco a capire, in nessun modo, anche qui tutto si confonde e si stempera uno nell’altro e i confini del giusto e sbagliano si mescolano in maniera tale che non puoi più separarli. L’unica cosa che di sbagliato mi rimane certa è questa
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oggi si chiama Mohammed, ieri si chiamava Aylan
ma io non vedo differenze, l’atrocità è la stessa.

Non vi scrivo io della vicenda di questo popolo ma riporto per intero qua sotto uno degli articoli (tra i tanti) che ho trovato. Molto prima della tragedia di una spiaggia e di un bambino chiamato Mohammed, qualcuno in Italia ne parlava, ma noi eravamo ciechi e sordi o forse impegnati sui morti che arrivavano sulle coste del mediterraneo, forse entrambe le cose o forse abbiamo un limite alla sopportazione del dolore.

 

Il Fatto Quotidiano – Pio d’Emilia – 22 maggio 2015
“Non c’è limite al peggio. “In Italia, in Europa… siete fortunati. Siete gente civile, umana, avete il concetto della solidarietà. Qui no. Da noi, nel Sud Est Asiatico i profughi li lasciano crepare in mare, magari dopo averli derubati delle poche cose, o dei soldi che si sono portati dietro. Alla faccia del buddismo, e dei governi che dichiarano di ispirarsi a questa religione…”. L’accusa è precisa: ai governi della Thailandia e della Birmania, paesi per oltre il 90% buddisti. E ai loro leader, compresa Aung San Suu Kyi, il premio Nobel per la Pace, che su questa vicenda è rimasta, e continua a rimanere, in colpevole silenzio.

Catherine Baxter è una volontaria francese. Lavora da anni per l’Arakan Project, una ong che lavora nel Sud-Est asiatico e che si occupa, tra altre emergenze, della tragica vicenda dei Rohingya, il cosiddetto “popolo fantasma” – la maggioranza di loro non ha una cittadinanza – che vive, tra mille, vecchie e nuove difficoltà, nel nordovest della Birmania (oltre che in altri paesi come il Bangla Desh ed il Pakistan). E che cerca disperatamente di andarsene, in uno dei paesi “musulmani” vicini (lo stesso Bangla Desh, che confina via terra, ma sopratutto Malesia e Indonesia, che però non li vogliono).

A sentire il drammatico racconto di Catherine, reduce da una missione di salvataggio in alto mare conclusasi con il sequestro della sua imbarcazione da parte della marina tailandese ed il rimpatrio forzato di una decina di profughi che lei ed il suo gruppo di volontari erano riusciti a salvare, sembra di ascoltare la storia dei “nostri” profughi. Quelli che dall’Africa e dal Medio Oriente cercano, ogni giorno, di sbarcare sulle nostre coste. Nulla di nuovo, neanche nei numeri: attualmente, spiega Catherine, sono oltre 9 mila i profughi “alla deriva” nella porzione dell’Oceano Indiano nota come il Mare delle Andamane. “Nessuno se ne cura, ai pescatori tailandesi viene ordinato di non avvicinarsi, pena multe salatissime – racconta la volontaria – e se qualche barca riesce in qualche modo ad attraccare, arriva l’esercito e li costringe a riprendere il largo, spesso senza nemmeno offrire acqua o cibo…”

Dei Rohingya, in Italia e in generale anche in Europa, ignoriamo probilmente anche l’esistenza. In Birmania del resto, paese dalle mille e da sempre inconiugabili etnie, non sono nemmeno riconosciuti ufficialmente. Eppure sono oltre due milioni, metà dei quali vivono nello stato nordoccidentale di Raktine, ai confini con il Bangla Desh. I Rohingya sono una etnia indo-ariana, discendente dei mercanti arabi che si erano spinti verso oriente, di religione musulmana. Vengono generalmente descritti come fondamentalisti, aggressivi e violenti. E molti di loro, in effetti, lo sono. O lo sono diventati. Nell’ottobre 2012 dopo uno stupro di gruppo effettuato contro una donna buddista, provocarono tre giorni di scontri spaventosi, ai quali parteciparono perfino alcuni monaci (esistono dei filmati che li ritraggono con delle mazze in mano, intenti a distruggere delle baracche). E non è l’unico caso di “intolleranza” mostrato dai monaci birmani, noti per la loro devozione, ma anche per il loro impegno sociale.

Negli ultimi tempi sono sorti movimenti nazionalreligiosi che chiedono l‘espulsione immediata di tutti i Rohingya, accusati di “riprodursi come conigli con l’intento di annientarci nel giro di qualche decennio”. Alla guida di uno di questi movimenti, c’è un Salvini in tonaca giallorossa, tale Ashin Wirathu, uno dei pochi monaci che in passato si era ripetutamente schierato a favore della giunta militare e non perdeva occasione per insultare Auns San Suu Kyi e la sua Lega Democratica. Ma non è certo questa la sede per raccontare la storia di questo popolo, di fatto apolide, e delle difficoltà che trova ad inserirsi non solo in Birmania, ma anche negli altri paesi dove è presente: Bangla Desh, Malesia, Indonesia, Thailandia. Chi è interessato, può utilizzare questo link, dove c’è un’ampia scelta di materiale sull’argomento per informarsi.

Quello che ci preme esprimere e sottolineare, anche per averla conosciuta personalmente e intervistata più volte, è lo stupore, diciamo pure la delusione per il silenzio che su questa triste vicenda ha sinora mantenuto “the Lady”, la Signora: il premio Nobel per la Pace e attualmente leader dell’opposizione in Birmania, Aung San Suu Kyi.

Ma come, ci sono oltre un milione di cittadini (anche se il governo, quattro anni fa, ha tolto formalmente la cittadinanza a tutti i Rohingya, il che tra le altre cose impedisce loro di votare) nel suo paese che vengono fatti oggetto di violenze, minacce, discriminazioni tali che preferiscono scappare, affidandosi a “scafisti” che spesso li abbandonano appena raggiunto il largo, condannandoli praticamente a morte data la scarsissima possibilità che vengano aiutati dalla marina di qualsiasi altro paese della zona (l’ordine di non soccorrerli è stato appena reiterato dai governi indonesiano e tailandese) e la donna più famosa al mondo per la difesa dei diritti umani non dice una parola?

La stampa inglese, l’unica in Europa a seguire con attenzione – anche per le vecchie relazioni coloniali – le vicende birmane e da sempre molto generosa con la Signora (suo marito, morto di crepacuore mentre lei era detenuta nel suo paese, era un apprezzato studioso britannico, Michel Aris) avanza l’ipotesi del calcolo politico. La Birmania, con il suo governo “quasi” civile (nel senso che è guidato da ex generali), è oramai entrata in una fase di lenta “democratizzazione”, e Aung San Suu Kyi è pienamente coinvolta in questo processo. Anche se non riuscirà probabilmente ad essere eletta Presidente (difficile che venga approvata in tempo la necessaria modifica costituzionale) un suo ruolo istituzionale è oramai scontato. Ed il suo partito, che negli ultimi anni ha sempre boicottato le elezioni, è destinato quasi sicuramente a vincerle.

Difficile e rischioso, in un paese ancora dagli equilibri politici e sociali delicatissimi, prendere posizione a favore di una minoranza odiata da tutti. Una tesi più che credibile, confermata da contatti diretti che ho avuto con uno dei suoi più stretti collaboratori. Se così fosse, il silenzio di Aung San Suu Kyi sarebbe ancor più grave: una donna che ha passato quello che ha passato lei, il simbolo della coerenza e del coraggio nel difendere la verità non può restare in silenzio di fronte a migliaia di uomini, donne, bambini che ogni giorno affogano nel mare, perché nessuno, nemmeno il “loro” paese, li vuole.”

IO STO CON LA BINDI


Oggi è la giornata mondiale contro la violenza sulle donne, e avrei tanto voluto che non ci fosse.
Perché? Semplicemente perché quando vi è una giornata mondiale per qualcosa, vuol dire che il problema di quel qualcosa non è risolto.  Allora, per me, questa giornata significa che la violenza contro le donne è viva, vegeta e gode di buona salute. Ecco perché mi sarebbe piaciuto che non ci fosse.

Detto ciò, a mio modo, per come sono fatta, pubblicamente protesto contro la nostra classe politica (una parte scusate). Perché quelli che dovrebbero essere esempio per gli altri cittadini (non ridete per favore, ho ancora delle utopie in cui credo) danno a livello sociologico e politico messaggi di merda.

A partire dalla frase: “Quello che fece la Bindi è stata una cosa infame, da ucciderla“.
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Frase detta da tale De Luca Vincenzo militante di “alto” livello politico (*), proseguendo con un entourage di politico  in cui si dice “Era un modo di dire, una ragazzata, su su scusatelo”, per terminare con Renzi, che dopo aver appena detto “Frase inaccettabile” promuove lo stesso De Luca a commissario della sanità in campania (della serie “Oh son politicamente obbligato moralmente a dirti sta cosa, ma poi chi caxxo se ne frega, ti promuovo”).

Eppure le parole che io ho sentito, queste insieme alle altre, si appoggiano bene alla figura di un camorrista, non di un uomo politico.

Se i nostri politici passano socialmente questo messaggio ai nostri “uomini” vi meravigliate ancora che nel nostro paese continuano a morire donne per “femminicidio”?

Potreste dirmi: “Guarda che quello è il tipo che l’avrebbe detto anche su un uomo”. Forse, probabilmente, ma l’ha detto di una “politica” e io parlo di quello che è successo, non di quello che avrebbe potuto, forse, chissà, accadere.

Lo so, la giornata contro la violenza sulle donne è mondiale e non dovrei soffermarmi solo sulla nostra italietta, ma io son convinta che per cambiare a livello globale, si debba cominciare a curare il proprio “orto” in maniera migliore. Quindi sì, parlo di questa italietta, dove un politico di levatura nazionale dice a un politico donna “da ucciderla”.

Buona giornata contro la violenza sulle donne, e sì, facciamo che portiamo avanti questo discorso ogni giorno, non 24 ore, molti di voi lo fanno già, mi rivolgo agli altri, a quelli che pensano che violenza sia solo fisica e non anche intimidatoria e psicologica.

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(*) certo che poi ha chiesto scusa, quando si è reso conto del polverone mediatico che ha sollevato quando la notizia è esplosa sulla rete. Eh come si suol dire, grazie al cazzo, poi scusa lo chiedono tutti

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VAI IN CARCERE TU, CHE A ME MI VIEN DA RIDERE


Nel 1993, in piena “Mani Pulite”, il governo varò un decreto legge che depenalizzava il finanziamento illecito ai partiti.

Il decreto nascondeva al suo interno la retroattività. In pratica avrebbe graziato e ricompreso anche tutti gli inquisiti di Mani pulite. Fu definito per questo il «colpo di spugna».

Il Pool di Mani Pulite denunciò pubblicamente, per fermare questo grave atto, quanto accadeva. Gli Italiani (tutti) sorressero e appoggiarono totalmente i Magistrati perché questo non accadesse.
Il Colpo di spugna fu fermato.

Non son qua a raccontare quel periodo, né la speranza che si creò di pulire la politica dai corrotti, e neppure la disillusione qualche anno dopo in cui scoppio una specie di seconda mani pulite.

Sto scrivendo perché siamo arrivati nel 2016  e questa “gente” ci riprova.
Ci riprova a depenalizzare alcune tipologie di reati, anzi ci aggiunge il carico da novanta: “Ma in carcere che ci vado a fare io? Meglio star fuori a delinquere” e butta là un nuovo DDL.

Quindi… niente custodia cautelare per i colletti bianchi.
L’intero centrodestra, anche quello confluito nella maggioranza che sostiene Matteo Renzi, si ricompatta su un ddl che esclude il carcere per il finanziamento illecito dei partiti e per quei reati, anche gravi, per i quali non si è ricorso all’uso di armi o violenza.

Pensate sia una notizia di Lercio vero? No no, è una fonte Ansa

Ora ditemi voi, questi, di noi cosa pensano?

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SUICIDI DI STATO


Il 17 giugno si “suicidò” la sua segretaria personale, Graziella Corrocher, “fece un volo” dal quarto piano della sede del banco ambrosiano.
Il 18 giugno lo trovarono impiccato sotto un ponte sul Tamigi, “suicidio” dissero, si chiamava Roberto Calvi.

Ma a onor del vero ci fu una epidemia di suicidi in quel periodo, un uomo dei servizi segreti su trovato impiccato al termosifone di casa, chiaramente un “suicido”. Michele Sindona fu avvelenato in carcere, con un caffè, qui non dissero “suicidio”, ma poco ci mancò.

Sullo sfondo, il crack del banco ambrosiano, a LoggiaP2 (leggasi Massoneria), lo Ior (leggasi Chiesa Vaticana), la mafia, i servizi segreti italiani, la politica e la finanza. Sei (dico sei) poteri messi insieme.

Potevano non esser “suicidi”? Potevano non esserlo, queste morti con questa associazione a… non so, mettete un aggettivo che vi sovviene.
Poteva essere che questi “suicidi”, questi avvelenamenti e queste morti successive accessorie, potessero essere risolti?

Bravi. Proprio così, tutte morti rimaste sospese, come fantasmi che non trovano pace e vagano tra il cielo e la terra.

Poi oggi leggo, che il gip, dopo 34 anni (dico trentaquattro anni) Simonetta D’Alessandro ha deciso l’archiviazione dell’ultima inchiesta sulla morte di Roberto Calvi, sottolineando l’impossibilità di stabilire cosa è veramente accaduto. Tutto ciò, anche grazie al fatto che tutte le rogatorie inoltrate alla Santa Sede sugli affari con lo Ior di Marcinkus “hanno avuto esiti pressoché inutili”. Ma che strano. Eppure era Gesù che diceva “La verità vi renderà liberi”.

Io so, che già allora, giovanissima dopo più che bambina, in cui lo scopo principale della vita era innamorarmi dell’amore, in un’epoca in cui non vi era informazione se non quella dei telegiornali di stato (solo due), senza sapere ne arte ne parte, di pancia io la verità la “percepivo”. Come percepisco oggi la dinamica e i traffici di 34 anni, per cui oggi è arrivata la chiusura dell’inchiesta e il verdetto “non è possibile trovare i colpevoli”.

Noi lo sappiamo, io e le mie mille me, e qualcuno di voi con i suoi mille se lo sa, quando non vi è nessun colpevole vuol dire che i colpevoli sono solo troppo potenti per esser puniti.
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VICTORY


Ci sono vittorie senza vincitori.
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Son convinta di vivere in un’epoca così, intrisa di questo modo di percorrere gli anni, dove nessuno vince e tutti perdono.

Personalmente ambisco, spero, tento di camminare verso una conoscenza che mi permetta di capire sempre di più. Questo non vuol dire che non combatta per quello in cui credo, ma solo che non m’interessa impartire lezioni dall’alto della “vittoria”. Amo, di più, camminare a fianco delle persone e chiacchierare.

Viviamo in una società che vuole vincitori, ma è una società che vincitori non ha. Questo fa di noi tutti, senza neppure che ce ne rendiamo conto, degli sconfitti.

INTELLIGENZA SALTUARIA


Ogni volta che un uomo dice “Sei una donna impegnativa”, ti sta dicendo che ti vuole ma non si vuole impegnare.

cat

Soffro anche di intelligenza saltuaria ogni tanto.