PENOMBRA


«Scrivi come se le persone che conosci fossero tutte morte»

 

Ma a volte non è così facile.

Sono momenti in cui sento il bisogno della penombra per parlare in piena luce.

«E’ una frase di Brenda Ueland»

PENSIERI AD CAZZUM DEI PRIMI GIORNI DI LUGLIO CHE ESCONO COME CAZZUM GLI PARE


Pensieri disomogenei tra loro salgono e pretendono tutti di uscire, confondendo la punta delle dita che battono sulla tastiera. Si intrecciano tra loro poco prima di uscire. O forse sono le mie personalità multiple che vogliono parlare tutte insieme.

Anelo al silenzio.

Quelli che vogliono avere mondi paralleli nei quali recitare un ruolo diverso vivono nel terrore che questi mondi si avvicinino tra loro. Questa gente mi circonda. Questa gente mi crea disagio fisico e mentale.

Ancora questa domanda mi svolazza nella mente: “Ma di me gli altri che vedono? Mi vedono? O sono io che non mi faccio vedere?”
Una volta l’ho fatto, ho chiesto “Parlami di me”. Ora questa cosa la direi a tutti quelli che conosco. Parlami di me. Perché attraverso le tue parole io possa capire cosa davvero di me passa al mondo esterno. Perché io possa capire quanto tu mi veda.

La gente che in mezzo agli altri usa un tono così alto da farsi sentire per metri intorno a se, e scopri così pure quante volte va in bagno, ma che problemi ha? Ha paura di non essere vista in questo mondo narciso?

La vita è circolare non lineare.

Far parte della mia vita vuol dire adattarsi alle “leggi” che la regolano. Non sono tante, le dita di una mano avanzano. E, a volte, son anche adattabili. Son meno intransigente di quello che si pensa, ma quelle “leggi” ci sono. Se non piacciono, non mi ha prescritto il medico. Voler far parte della mia vita infrangendole che senso ha?

Questo nodo di lacrime in gola.

Questi pensieri li ho fatti negli ultimi giorni. Ognuna di loro meriterebbe un post a parte, ma son pensieri compressi, che cercano spazio e libertà, e lo fanno comprimendosi nelle parole parche. Poi chissà domani si potrebbero aprire, o anche no.

E infine l’ultimo pensiero, quello di ora, in questo momento. Sappiate che quando scrivo qua, ne sono consapevole, appaio sempre “segaiola mentale”. Ma io non sono così, davvero, o almeno non lo sono sempre. Sono ancora, come (clicca) in questo post, sono una piattola gioiosa.

FELONA E SORONA


E’ dell’assenza che hai paura, non della presenza.

L’assenza crea il vuoto, l’antro, la caverna oscura in cui devi per forza incontrarti e far i conti con te stesso, guardarti e conoscerti per quello che sei. Ma temi di conoscere qualcuno che non vuoi.

La presenza tampona, sorregge, sostiene, impedisce alla mente di librarsi in voli pindarici, frena il cuore a sentire i battiti irregolari di una vita che non ci piace.

Per questo ci riempiamo la vita di spazzatura. Di amori sbagliati, di situazioni assurde, di noia concentrata, di inutilità, di parole vuote, tutto va bene, anche il dolore a riempirci, piuttosto che il vuoto in cui dovremmo guardarci.

E nel farlo sbagliamo così tanto.

La presenza continua chiude, tampona, satura, impregna, rimpinza, stagna, occlude e nel farlo impedisce al nuovo di far breccia in noi. Impedisce una nuova pioggia di conoscenza e emozioni, di irrigare le parti di noi che ci contengono, impedendo ai semi di cui siamo fatti, la nascita. La presenza continua ci immobilizza, ci mummifica in una ripetizione di gesti e parole simili, che ci ingessa.

Nell’assenza momentanea si apre l’universo così oscuro e così pieno di stelle, e ogni stella è una possibilità di luce. E’ il buio fecondo, quello in cui il seme germoglia. E’ il liquido in cui il bimbo nuota e pensa “chissà se esiste un mondo oltre al mio”. E’ l’aguzzar i sensi e percepire il proprio battito del cuore. E’ la notte che tanto ci spaventa e tanto ci attira, in cui le regole son diverse ma ci ricorda che la luce ogni mattina ci riporta nel diurno. E’ il parlarci, abbandonarci, ritrovarci e finalmente perdonarci. E’ prender per mano la nostra parte oscura e abbracciarla, dandole baci di colore. L’assenza momentanea è terra feconda di noi stessi e ci apre la possibilità del tutto.

Eppure.
Eppure apprender se stessi è cosa da pochi

ADOTTA ANCHE TU UNA SPERANZA


Sono nella fase “umore particolare”(*). Così tante cose brutte nel mondo, ovunque gli occhi cadano, c’è una notizia che mi fa contrarre il cuore e con lui l’anima. Odio, stupidità, crudeltà, dolore.

Scorro facebook e come spesso mi succede ultimamente, mi chiedo che caxxo lo tengo aperto a fare, ho un’intolleranza al 90% di quello che dicono. Poi mi suggerisco che queste mie parole a sua volta son lamenti inutili. O ti togli o rimani. E mi cresce l’irritazione con me stessa.

Poi lo leggo. E lo penso. Vale pena tenerlo aperto solo per seguire lui. Per fargli da cassa di risonanza, per dare anche un solo piccolo contributo a quello che fa. Lui mi concilia con il mondo, lui mi fa sperare quello che nei giorni particolari non riesco, forse prima o poi, come razza riusciremo ad elevarci. Lui è Massimiliano Frassi:

“Romania. Arrivano le relazioni di nuovi bimbi da inserire nel progetto di adozioni a distanza. Tra questi una piccolina. Di nemmeno 2 anni. Forza amore ce la dobbiamo fare. E un giorno tutto questo sarà un ricordo sbiadito.”

L’ho detto tante volte, lo seguo da anni, lo amo da anni, lo supporto (nel mio piccolo) da anni, il mio cinque per mille da anni va lui. Se gli angeli assumono forma umana, sicuramente Max è una di quelle forme.

Quindi invece di pensare alle cose brutte, agli odiatori seriali, agli arroganti ignoranti, agli stupidi fecondi, diamo una svolta alla giornata, con il FARE.

La frase che avete letto sopra, detta da lui, si riferisce a un progetto di adozione a distanza che segue e promuove da anni all’interno della

Associazione Prometeo, e qui il modulo per adottare a distanza

con l’Associazione. Io in questo esatto momento non posso spendere di botto l’intera cifra annuale per l’adozione 120,00 €, ma il mio piccolo contributo mensile questo mese posso darlo a loro.

Se anche per voi in questo momento 120 € sono tanti, pensate che sono 10 euro al mese. Se tanti di noi versassero solo 10 euro ogni tanto, anche senza dover per forza adottare a distanza, permetteremmo a lui di farlo. Pensateci. Dieci euro ogni tanto, un sorriso di bimbo ogni giorno.

PS: gli iban dove potete versare anche dei piccoli contributi ogni tanto, li riporto qua sotto:
– Conto Corrente Postale: n.° 24070476 intestato ad: Associazione Prometeo Onlus.
– UBI Banco di Brescia – filiale di Pisogne – conto n. ° 12783 ; cab 54960 ; abi: 03500 ; – Codice iban: IT 59 E 03111 54960 000 0000 12783
– UBI BANCA – filiale di Gorle – conto n. ° 73317 ; cab 53100 ; abi: 5428 ; Codice iban: IT 23 V 03111 53100 000 0000 73317 .
Intestati a: Associazione Prometeo Onlus.

(*) definizione di particolare: non sono incazzata, ma forse di base si, non sono triste, ma forse di base si, non sono intollerante, ma forse di base si, non sono acida, ma forse di base si, non sono demoralizzata, ma forse di base si. Così via, mettete voi a piacere aggettivi.

VITI


C’è stato un tempo lontano in cui ho pianto moltissimo, non scherzo. Su sette giorni, cinque piangevo. Piangevo nei momenti in cui ero sola. In bagno la mattina in silenzio. In auto la notte, senza contenermi, al rientro di ore folli.

Rubavo spazi vuoti in cui far uscire il mio dolore, senza che nessuno lo vedesse, senza nessuno che mi potesse chiedere: “Che hai? Perché piangi?”. Del mio dolore mi vergognavo. Si lo so, pare assurdo a pensarci adesso, qualcuno mi feriva, ma mi vergognavo io.

Mi vergognavo dal non impedire che accadesse. Non impedivo che questo dolore mi penetrasse come una vite nel legno dolce.

Chi mi guardava esternamente, non notava nulla anzi, più dolore avevo, più ridevo e scherzavo. Sempre pronta a far festa e divertirmi, ma era una copertura. A pensarci bene, i periodi più dolorosi della mia vita, sono stati quelli in cui ho fatto più caciara, più rumore, più confusione. Son stati i periodi che ero sempre in mezzo alla gente ridevo e riempivo la mia vita e l’altrui di “movida”, perché in fondo stavo cercando di coprire il rumore assordante del dolore, il mio.

Poi ho capito e ho cercato il silenzio.
Del resto gli animali feriti non si celano nella loro tana? Nel silenzio e nella solitudine? Peccato che le persone ne abbiano così timore. Io non più, loro mi hanno regalato tantissimo, mi hanno regalato me stessa.

EPPURE


E che volte mi scatta la botta di permalosità e non è facile avermi vicino al quel momento. Credo dipenda dal fatto che sono stata così tanto poco permalosa da far credere agli altri di potersi permettere tutto con me. E molti, non tutti, ma comunque troppi, si sono permessi di tutto. Quindi, a volte, divento come un istrice, quando vedo avvicinarsi la mano rizzo gli aculei, perché non so mai se quella mano, accarezza o picchia.

Accade così che, nonostante una natura socievole, una predisposizione al mondo (diciamo a una parte di esso), io permetta a pochi di avvinarsi davvero al nocciolo di cui sono intrisa. Ciò avviene anche se io so che ogni volta che faccio entrare una persona, il mio cuore non ha meno spazio dentro, ma si allarga. Eppure.

I miei eppure sono fatti di piccoli sfregi sulla pelle, di “Non fa niente” detti piano, quando faceva tanto, di sorrisi a celare una parte che si frantumava in quell’istante. I miei eppure sono formati dagli strappi fatti alla mia anima, da chi professava il suo affetto per me. I miei eppure sono minute gocce di sangue rapprese a cicatrizzare intorno al cuore, ed esser così cura e prigione insieme. Il mio eppure più profondo ha un nome che la mia bocca non pronuncia più.

Quindi no, non sono fredda, non sono inavvicinabile, non sono dura, non sono cinica, sono solo un semplice e piccolo eppure.

ZABETTA TIME


Sappiate che nonostante il mio primo giorno di palestra dopo due anni, stamattina riesco a camminare e anche a sorridere contemporaneamente, e posso assicurare con certezza che:

* le mattonelle arancione hare krishna delle docce della palestra, popoleranno i miei incubi per i prossimi mesi

* gli specchi in sala attrezzi sono il male! Oltre a vederti nella tua cicciosità ad ogni parete, ti vedi in continuazione sudaticcia e rossa (e non sto parlando dei capelli)

* i muscolati esibizionisti esistono in ogni palestra

* vi è un certo tipo di donna da palestra, che la fa truccata e con gli orecchini pendenti, e tu continui a domandarti “Ma come caxxo fa a non sudare e diventare un panda?”, perché tu appena chini la testa, grondi, che la cascata del Niagara ti fa un baffo

* si lo so, son zabetta, ma sulla cyclette mi annoio e mi guardo intorno

* i ciapett, ogni volta, si rendono conto da quanti muscoli son formati

* l’istruttore ti da i pesetti da un chilo “perché sai le prime volte…” (sottotitolo sei donna) e come sempre dopo è obbligato a dirti “Forse per te son troppo leggeri”

* il percorso è lungo, ma qua tutte noi (le mie personalità multiple e io), sappiamo essere tenaci

* consumerò meno corrente elettrica e acqua calda a casa

* quando esci dalla palestra, hai una fame boia, l’insalata con le uova sode è un piatto squisitissimo

* te lo dici “Ok Rossa, dai, il ghiaccio e rotto, hai iniziato, ripartendo dal/di nuovo”

Ecco, niente di che questo scritto. Un flash di vita, la mia, e la consapevolezza che per ritrovarsi, bisogna prima perdersi.
(Sì, ma io a sto giro mi compro un navigatore!)